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Angela Davis e le pratiche di libertà

Nel 2016 è uscita negli Stati Uniti una raccolta di interviste e discorsi pubblici di Angela Davis, dal titolo Freedom Is a Constant Struggle. Tradotto e pubblicato in Italia da Salani quest’anno, La libertà è una lotta costante, il testo si concentra su Angela Davis e le pratiche di libertà da lei postulate.

Chi e cosa sono Angela Davis e le pratiche di libertà?

Una donna, una donna nera, tra le esponenti più note delle mobilitazioni per i diritti civili – o, come forse preferirebbe, del movimento di liberazione – militante delle Pantere Nere, dei movimenti femministi e dei lavoratori. Angela Davis e le pratiche di libertà sono due metà della stessa mela.

Angela visse la caccia alle streghe anticomunista sulla propria pelle. Fu processata, incarcerata e inserita nella lista delle dieci persone più ricercate dall’FBI. Il suo attivismo pone al centro il corpo, strumento di lotta insieme alle idee. Oggi è professoressa universitaria, senza smettere di essere rivoluzionaria.

Davis ha dedicato praticamente tutta la sua esistenza al cambiamento sociale. Grazie a questa raccolta, è possibile individuare dei punti chiave sui quali poggia il suo impegno politico.

L’attivismo deve riformarsi, superare i propri limiti strutturali e adattarsi alla contemporaneità. Ma quali strategie adottare affinché esso torni a essere una risposta concreta? Una alternativa culturalmente percorribile in grado di contrapporsi a determinati status quo reazionari e divisivi?

Ho cercato di estrapolare i punti salienti contenuti in La libertà è una lotta costante, riassumendoli come segue.

1. Da singolo eroe a movimento

Partendo dall’esempio di Nelson Mandela, Martin Luther King e Rosa Parks, Davis propone una rilettura della storia dei movimenti di liberazione.

Opporsi alla rappresentazione della storia come opera di singoli eroi è essenziale, affinché la gente possa oggi riconoscere la propria capacità di agire come parte di una comunità.

Una visione come questa rende partecipe l’intera società, scavalca la concezione di cambiamento come frutto dell’azione di un singolo individuo.

Malgrado Nelson Mandela avesse sempre insistito sulla dimensione collettiva dei risultati, sempre conseguiti insieme ai suoi compagni, uomini e donne, i mezzi d’informazione hanno provato a santificarlo come un singolo eroe.

Con un processo simile si è tentato di separare il dott. Martin Luther King Jr dalle donne e dagli uomini che in gran numero formarono il cuore pulsante del movimento di liberazione degli Stati Uniti alla metà del XX secolo.

L’errore di trasformare la storia nell’opera di singoli sta inoltre nel non riconoscere il valore dell’azione e della presa di coscienza di massa. Depotenziando così i  reali motori del cambiamento. La grandezza dei più incisivi attivisti/e sta proprio nella forza del movimento, senza il quale il mutamento non si sarebbe verificato.

Caludette Colvin si rifiutò di cedere il suo posto sull’autobus prima che lo facesse Rosa Parks. Venne arrestata prima di lei. Capite, pensiamo in maniera individualistica, e presupponiamo che solo individui eroici possano fare la storia.

Ecco perché ci piace concentrarci sul dott. Martin Luther King, che fu sì un grande uomo, eppure, dal mio punto di vista, la sua grandezza sta proprio nel fatto che imparò da un movimento collettivo. Si trasformò grazie alla relazione che stabilì col movimento. Non si percepiva come un singolo individuo che stava portando la libertà alle masse oppresse.

E ancora:

I regimi di segregazione razziale non si sono dissolti grazie all’azione di capi, presidenti e legislatori. Ma piuttosto grazie all’adozione da parte della gente comune di una posizione critica riguardo alla percezione della propria relazione con la realtà.

La realtà sociale che avrebbe potuto apparire immutabile, impenetrabile è stata finalmente concepita come plasmabile e trasformabile.

2. Intersezionalità

L’intersezionalità delle rivendicazioni può essere riassunta come “i tentativi di pensare, analizzare, organizzare via via che si individuano correlazioni tra razza, classe, genere, sessualità.” In questo modo Angela Davis e le pratiche di libertà ci illustrano come unire le lotte.

Dal momento che “non ci si può limitare a invitare le persone a unirsi e poi aspettarsi che si sentano immediatamente coinvolte, soprattutto se, come può capitare, non sono state rappresentate durante le prime fasi del processo di organizzazione”, “bisogna sviluppare delle strategie di organizzazione in modo che la gente s’identifichi con il tema particolare sentendolo proprio. E non solo analogie, che si parli anche di correlazioni strutturali.”

Pertanto le battaglie di rivendicazione della libertà devono agire di pari passo, senza però perdere di vista le particolarità delle stesse. Semplicemente confrontandole e sostenendole vicendevolmente.

Laddove ci sono abusi, razzismi, oppressioni, discriminazioni e violenze, quella è l’occasione per iniziare a discutere di ciò che lega le persone che ne soffrono. Questa comunanza di esperienze e pratiche contribuisce alla costruzione di una visione comune in merito alla sistematicità dell’oppressione.

Partendo dal presupposto che “il personale è politico”, “è impossibile raccontare davvero quella che si ritiene la propria storia senza conoscere le storie degli altri.”

3. Internazionalismo

Questo punto si ricollega al precedente. Per acquisire piena coscienza delle pratiche di libertà, essere vanno confrontate con quelle messe in campo al di fuori dei propri confini.

E’ questo il caso del genocidio armeno, dell’occupazione del territorio palestinese, dei soprusi della polizia sulla popolazione nera e sudamericana degli Stati Uniti, delle grandi multinazionali della sicurezza, dello sfruttamento animale e così via.

Pertanto è importante tracciare una cosiddetta “geografia della libertà”, affinché il filo rosso che accomuna le rivendicazioni politiche abbia una base di sostegno internazionale, se non globale. E diventi più forte.

4. Il linguaggio

Il linguaggio dei movimenti andrebbe riformato, in quanto spesso obsoleto, incapace di rivolgersi alle nuove generazioni. Anche a quelle politicamente impegnate.

Quando il razzismo, il sessismo e l’omo-transfobia diventano parte integrante di un sistema sociale, nonché prassi sistematica di violenza e discriminazione, le leggi statali non bastano. Non basta abolire la schiavitù e parlare di uguaglianza o approvare i matrimoni egualitari (o le unioni civili) per debellare il problema della xenofobia, del sessismo o dell’odio omo-transfobico.

Il linguaggio, in questo senso, aiuta a creare nuove prassi di cambiamento sociale, moderne e aggiornate alle esigenze contemporanee. Capaci di penetrare nel tessuto sociale, non più solamente in quello della tutela legale.

CeCe McDonald, attivista transgender, nera ed ex carcerata

Il mutamento del linguaggio è strettamente legato anche alle battaglie LGBTQI. Infatti esso comporta il mutamento stesso dei piani di azione e rivendicazione.

Ci siamo battuti contro l’idea che la presenza di uteri, o ovaie, o peni, o testicoli sia da considerarsi determinante in riferimento ad aspetti come l’intelligenza di una persona, ruoli genitoriali appropriati, aspetto fisico appropriato, identità di genere appropriata, ruoli lavorativi appropriati, pratiche e partner sessuali appropriati e capacità di prendere decisioni.

Continuiamo a impegnarci per sfatare il mito secondo cui le parti del corpo in qualche modo ci renderebbero le persone che siamo. E ci renderebbero ‘peggiori di’ o ‘migliori di’,  a seconda degli organi che abbiamo.

5. Risultato vs effetto

Dopo aver assistito a delle mobilitazioni di massa, è inevitabile testimoniarne il loro assopimento. I movimenti sono stati repressi o si sono esauriti in seguito a una serie di azioni più o meno efficaci. Ma gli effetti di tali mobilitazioni, più che i risultati, sono importanti, in quanto hanno insegnato alle persone a unirsi, a risolvere problemi attraverso la solidarietà. Hanno insegnato alle persone il valore di essere movimento.

Davis sposta l’attenzione dalla rivendicazione di diritti civili alla rivendicazione della libertà, sostenendo che

quello che chiamiamo ‘movimento per i diritti civili’, e che veniva chiamato dalla maggior parte di chi vi aderì ‘movimento di liberazione’ , denota uno slittamento interessante dalla libertà ai diritti civili, come se questi ultimi avessero colonizzato l’intera sfera della libertà, e l’unico modo per essere liberi consistesse nell’ottenere i diritti civili all’interno del sistema sociale preesistente. Insomma, i neri hanno i diritti civili.

E sottolinea con sarcasmo che “battersi per i diritti civili non è più necessario. Pertanto la lotta per la libertà può essere relegata nel passato.” Peccato che, oggi, “il numero di neri detenuti e posti sotto il controllo di servizi correzionali supera quello dei neri ridotti in schiavitù nel 1850.” 

Non a caso “il Ku Klux Klan non è stato forse fondato nel periodo successivo alla schiavitù? La segregazione razziale venne istituita nel periodo successivo alla schiavitù, dopo la Ricostruzione Radicale afroamericana, nel tentativo di controllare i neri liberi.

E conclude con un monito chiaro e conciso: “dovremo essere disposti a schierarci e a dire no con spiriti concordi, comune intelletto e con i nostri molti corpi.”

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