Letteratura,  Narrativa

Una famiglia americana, Joyce Carol Oates

I Mulvaney sono la famiglia nordamericana perfetta. Un matrimonio felice, quattro figli, una fattoria collocata in un’oasi paradisiaca, una vita tranquilla che scorre tra teneri vezzeggiativi e un American dream da manuale. Finché lo stupro della giovane figlia Marianne non sconvolge la vita patinata della famiglia Mulvaney, incrinandone irrimediabilmente l’equilibrio precario. Una famiglia americana indaga le sensazioni, ma soprattutto le reazioni, dei componenti della famiglia alla notizia della violenza sessuale subita da Marianne, una violenza che non si abbatte solo sulla vittima in questione, ma indirettamente su tutto il nucleo familiare, portandolo alla progressiva disgregazione.

Nonostante la vicenda sia ambientata tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta del 1900 e il romanzo sia stato pubblicato nel 1996, Joyce Carol Oates non usa mezzi termini: lo stupro è il protagonista della narrazione e la parola stupro deve comparire, ripetersi, essere mandata a memoria, essere ingoiata dal lettore, anche se mai digerita. La Oates ci mette di fronte a una realtà dolorosa, un tabù innominabile che all’inizio prende le sembianze di un “incidente” ma che però non può – e non deve – avere altro nome al di fuori del suo: stupro. Una parola scomoda che veicola un tale quantitativo di ineguagliabile violenza da metterci a disagio quando la udiamo, tanto da spingerci alla ricerca di sinonimi per renderla meno terrificante. Ma la Oates ce la sbatte in faccia in tutta la sua tremenda potenza, in modo freddo e chirurgico.

Il dottor Oakley riapparve e la sua espressione era truce e partecipe. “Direi che sua figlia sia stata vittima di abusi sessuali.”

Corinne balzò in piedi, angosciata. “Oh Dio. Oh Gesù. E’ stata… Stuprata?’

Il dottor Oakley fece una pausa Si inumidì le labbra. I suoi pesanti occhiali a lenti bifocali, che gli lasciavano profondi segni sul naso, riflettevano una luce opaca. Alzò il foglio di carta che stringeva con mani tremule e lo scrutò accigliato, quasi perplesso dalla propria grafia. “Ho riscontrato prove di una penetrazione penica forzata, sì. L’imene è stato lacerato e ci sono lividi e contusioni nell’area pelvica e vaginale, e ci sono escoriazioni altrove, sulle cosce, sull’addome, sui seni. Sono passati diversi giorni dall’episodio per cui non possono restare… ne sono certo…” e lì il dottor Oakley, il più gentiluomo degli uomini di una certa età, esitò “… tracce di seme. Però ho fatto un tampone, e vedremo.’

Stuprata? Marianne?’

Corinne, questo non lo ha detto. Non lo ha detto, cara, vede…’

Ma è chiaro che si tratta di questo, dottor Oakley! Stupro.’

E’ la notte di San Valentino del 1976, Marianne è una quindicenne impeccabile, devota e osservante. Durante una festa tra coetanei, alle ragazze più ingenue viene offerto dell’alcool, la testa inizia a girare, la vista si annebbia. Ed è così che Zachary Lundt stupra la giovane Marianne, che da quel momento in poi dovrà cercare di sopravvivere agli eventi che la travolgeranno. Il primo tra tutti è la  condanna che a mo di lettera scarlatta deve incidersi sul petto: Marianne è vittima, ma vive in un contesto estremamente patriarcale e per questo è portata a credere che lo stupro subito sia colpa sua. E la sua famiglia sembra corroborare a pieno questa convinzione: Michael Senior, il padre, esilia letteralmente Marianne, obbligandola a lasciare la fattoria perché la vergogna che la figlia porta con sé e al nome dei Mulvaney è insostenibile. Come insostenibile è il dolore di un padre nel momento stesso in cui realizza che non è stato in grado di proteggere la propria figlia. Per un motivo o per l’altro, Marianne deve sparire dalla sua vista, senza che possa avere voce in capitolo, subendo inoltre la silenziosa e dolorosa accettazione passiva di Corinne, moglie devota che non osa contrastare il volere del patriarca. Ed è così che la giovane figlia abbandona il nido, ripetendosi e ripetendo alle forze dell’ordine la stessa litania:

Avevo bevuto. Ci sono tante cose di cui non so rendere conto, che non ricordo. Come posso muovergli accuse. La colpa è mia quanto sua. Non posso deporre il falso. (…) Avevo bevuto. E’ colpa mia. Non ricordo. Come posso testimoniare contro di lui!

Sapendo, anche, che se avesse rifiutato di accusare di violenza sessuale Zachary Lundt, Zachary Lundt e suo padre Morton non avrebbero accusato Michael Mulvaney di aggressione.

Nonostante non abbia dato il proprio consenso all’atto sessuale e sia la vittima di una violenza sessuale maschile, è Marianne ad essere sporca, è Marianne a essere colpevole, perché la società non ammette altre opzioni. Marianne interiorizza totalmente i dettami della società patriarcale e fortemente maschilista in cui vive, convincendosi che ciò che le è capitato sia uno abietto segreto che non deve essere rivelato, poiché ella stessa ne è la causa. Quindi è opportuno stare in silenzio, ricoprirsi di vergogna, farsi un bagno caldo dall’amica per togliersi il puzzo dello stupro di dosso, nascondere il vestito strappato.

Era stato un segreto sin dall’inizio. Dopo ciò che lui le aveva fatto, spingendosi dentro di lei, in profondità in lei, usando dita che ghermivano, scavavano, artigliavano, Puttana! stronza! Non dirmi che non vuoi, stronza! Spingendola in giù sul sedile posteriore della Corvette, con il rivestimento in pelle che odorava di nuovo, il tessuto freddo, e il viso di lui pallido furibondo che scendeva, lui che le apriva le gambe, le cosce, il vestito strappato, e lei troppo debole troppo terrorizzata per resistere, persino per mormorare No!; e dopo, arrivata a LaPorte, entrare in silenzio di soppiatto con vergogna e sensi di colpa e poi nell’acqua caldissima bollente fregare il proprio corpo singhiozzando e sussurrando tra sé e persino ridendo, abbandonandosi a risolini, mordendosi il labbro per non fare troppo rumore, o avrebbe svegliato Trisha e i suoi. Un segreto, e una rivelazione. Beati quelli che piangono, perché saranno consolati.

Tante voci che mormorano, ieri come oggi, “te la sei andata a cercare”. Tante donne vittime di abusi che, ieri come oggi, ci credono.

Da questo momento in poi, lo schema narrativo segue i diversi membri della famiglia Mulvaney, scandagliando gli effetti che l’evento ha sulla vita non solo di Marianne, ma di suo padre, sua madre e dei suoi due fratelli maschi. Il codice di comunicazione Mulvaney basato su briosi vezzeggiativi e nomignoli si perde, così come la travolgente allegria che caratterizzava la rumorosa dimora: tutto si impregna di realtà e un silenzio tombale si abbatte su High Point Farm nell’attesa che ogni componente introietti l’evento e le sue disastrose conseguenze.

E così quella divenne una casa di silenzio. Come dopo la devastazione di un’esplosione. Poco da meravigliarsi che sua madre tenesse la radio a volume tanto alto in cucina, e i fratelli tenessero sempre acceso il televisore. (…) Marianne scoprì di non avere mai guardato, mai realmente visto, Michael John Mulvaney Sr. Sino ad allora. Perché era sempre stato papà. O Capitano, o Ricciolo. Lo vedeva spesso, papà, ma anche Michael John Mulvaney Sr., ora che non poteva più guardarlo direttamente, mai. Perché i suoi occhi guizzavano a disagio quando lei appariva. Se lei entrava in una stanza dove c’era papà, seduto o in piedi, lui se ne andava subito. A fronte aggottata, con lo sguardo che correva qua e là, per non doverla vedere.

Marianne non viene ostracizzata solo in casa, viene resa oggetto di scherno anche a scuola, dove i compagni si divertono a disegnare membri maschili e insulti di carattere sessuale sul suo banco, ricordandole ancora una volta che è lei la poco di buono, la puttana da criminalizzare, colei che delude le aspettative di chi la circonda e per questo merita di essere esiliata.

La casa è quella, ma io non posso entrare. Ho commesso un errore. (…) Non sono quella che si dice una persona stabile, o affidabile. Niente di paragonabile a te. Commetto sbagli, errori di giudizio. Sono immatura, e sbadata. Deludo gli altri. Semplicemente la mia famiglia. Mio padre e mia madre. Ho fatto loro del male e non posso fare molto per sistemare le cose, non ora.

Dapprima Marianne viene spedita da una zia arcigna, poi si sistema in una cooperativa di hippie, che decide di abbandonare nel momento stesso in cui realizza di essere una donna sessualmente, affettivamente e sentimentalmente desiderabile; assunta al servizio di una anziana ricca poetessa, quando percepisce la possibilità di essere amata, scappa nuovamente, per ritrovarsi infine a lavorare in un santuario per animali salvati gestito dal suo futuro marito e padre dei suoi figli.

Michael Jr., il primogenito Mulvaney, si trasferisce molto lontano, dove stabilisce la sua nuova famiglia. Il secondogenito Patrick, dopo un fallimentare tentativo di giustizia fai da te ai danni dello stupratore Lundt, viaggia e studia attraversando gli Stati Uniti. Judd, il fratello minore, voce narrante più frequente all’interno del romanzo, vive il progressivo processo di autodistruzione del padre, decidendo infine di abbandonare il nido anche lui.

Corinne cerca di restare accanto al marito il più a lungo possibile, finché l’alcolismo, il fallimento economico, il senso di colpa e l’ossessione di Michael Sr. non raggiungono livelli talmente elevati da essere mal sopportati persino dalla dedita Corinne. All’ennesima esplosione di violenza domestica causata dalla dolorosa perdita di High Point Farm, anche Corinne Mulvaney decide di prendere le distanze dal patriarca. La distruzione della Pastorale americana è compiuta e i Mulvaney fanno il loro ingresso ufficiale nell’anti-pastorale.

Era la vita. La vita americana. Guardati attorno, tutti si sposano giovani, c’è il boom economico, il mondo intero osserva stupito, gli Stati Uniti d’America dopo la Seconda guerra mondiale stanno crescendo, crescendo come il fungo della bomba atomica. Il cielo è il nostro limite! Quaranta milioni di bambini americani previsti per gli anni cinquanta. Era soltanto la vita, la vita normale, ed era bella.

L’attualità di un romanzo come Una famiglia americana sta essenzialmente nella scelta del tema, purtroppo tristemente contemporaneo. La sua difficile trattazione mi ha ricordato la serie tv 13 Reasons Why, nonostante il diverso epilogo. La serie si ispira a sua volta a fatti di cronaca sempre più frequenti che coinvolgono l’annosa questione del consenso. Non avere la lucidità necessaria per dire “no” di fronte a delle molestie a causa dell’uso di droghe o dell’assunzione di alcool non equivale in alcun modo a dare il proprio consenso a un abuso sessuale, nonostante sempre più adolescenti maschi, schiavi di una cultura tristemente maschilista e cocciutamente patriarcale, siano sempre più convinti del contrario.

Tanto vorrei dire ancora di J. C. Oates, del suo abile uso del familiare straniante – che mi fa subito pensare alla poetica cinematografica lynchiana– in cui il tema della fascinazione del male mi ricorda a sua volta le stupende sequenze de Lo sconosciuto del lago e il bellissimo racconto breve della Oates “Where Are you Going, Where Have You Been?”, ispirato a fatti di cronaca dell’America anni Cinquanta. Ma tutto ciò potrà essere succulento materiale per altre connessioni, chissà.

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