I miei scritti

Il turismo della memoria: limiti e contraddizioni

La Giornata della Memoria si avvicina anche quest’anno, con la differenza che, da questa estate, la mia percezione su ciò che è stato lo sterminio nazi-fascista è mutata, dal momento in cui mi sono scontrata con la realtà del turismo della memoria. Questo perché sono stata in Germania e ho visitato due campi di concentramento: Dachau e Buchenwald. Qui ho ripercorso le dolorose tracce di una della pagine più mostruose della storia europea.

La mia esperienza in Germania

Ho camminato all’interno di cimiteri a cielo aperto, provando un costante brivido dietro la schiena, avendo la sensazione di essere seguita e osservata costantemente. Avevo paura mentre mi muovevo tra le baracche ricostruite di Dachau e mentre varcavo la porta dei forni e delle camere a gas. Ho pianto, ho sentito la nausea investirmi, non ho resistito molto in quei posti.
Ho avuto una sensazione simile anche a Norimberga, scenario delle sfarzose parate naziste, soprattutto in prossimità della tribuna da cui Hitler incitava una folla dissennata, complice, assassina. Partendo da questi spunti voglio iniziare a parlarvi della mia esperienza di turismo della memoria.

Violare la memoria

Ma se di orrore ormai noto a tutti parliamo, un altro orrore si è aggiunto recentemente nella mia coscienza: la teatralizzazione dell’orrore stesso.
Ho già accennato in un precedente articolo alla questione, soffermandomi sugli aspetti più macabri di ciò che ho osservato durante la mia visita a Dachau e Buchenwald. Masse di turisti con cellulare e macchina fotografica in mano aprivano e chiudevano il terrificante cancello di ferro battuto su cui capeggia la scritta Arbeit Macht Frei per realizzare lo scatto perfetto. Storie Instagram, tra selfie e esibizione dell’orrore, hanno violato e violano tutti i giorni per migliaia di volte al giorno dei cimiteri, dei luoghi della memoria in cui riecheggia ancora tutta la sofferenza del passato.

Selfie e sorrisi nei luoghi di morte

A Dachau le baracche ricostruite raccontavano di come, se a un prigioniero cadeva una goccia di zuppa o di caffè in terra, si fosse fortunati a ricevere “solo” qualche frustata. Ma quando la goccia cadeva nel giorno sbagliato e nel momento sbagliato… la punizione poteva essere la morte.
Ebbene sullo sesso tavolo intorno al quale avveniva tutto ciò, una famiglia si è seduta e si è scattata un selfie tra mille sorrisi.
Ho sentito lo stomaco rivoltarsi e me ne sono andata, incapace di segnalare la cosa alla portineria, incapace di parlare direttamente con quelle persone.

Il Memoriale di Berlino

La stessa sensazione l’ho avuta a Berlino, dove il turismo di massa utilizza il Memoriale alle vittime dell’Olocausto come panchine, mensole per posare la birra, scenografie per farsi le foto più improbabili. Il labirintico senso di smarrimento suggerito dal monumento assume delle note contemporanee, diventando specchio di uno smarrimento non solo fisico e spaziale, ma anche e soprattutto morale. Abbiamo perso il senso della misura e ciò che rimane ai più camminando tra i blocchi di cemento di diversa altezza è una storia su Instagram. O la perfetta immagine profilo di Facebook.

Questa totale perdita della consapevolezza e della conoscenza del contesto è stata abilmente sottolineata dal fotografo israeliano Shahak Shapira. Egli ha photoshoppato i turisti felici all’interno del memoriale, catapultandoli nei campi di sterminio. L’effetto è straniante, ma aiuta a entrare nel vivo di quella che è diventata una problematica a tutti gli effetti: il turismo dell’orrore.

Saltando sugli ebrei morti, Memoriale dell’Olocausto, Shahak Shapira

Sta a voi decidere come comportarvi nelle vicinanze di un monumento che rappresenta la morte di sei milioni di persone, dice Shapira sul progetto che si propone di rendere le persone consapevoli della orribile vicenda che ha portato ad erigere questo memoriale.

Della stessa tipologia è anche il lavoro di Roger Cremers, sempre ripreso da Vice. Cremers mette in evidenza il cortocircuito che si viene a creare nel momento in cui un luogo di morte viene trasformato in un set fotografico. Il disequilibrio diventa così evidente e non ci si può più nascondere dietro all’ingenuità di volersi portare a casa un ricordo, perché bisogna ricollocare il luogo al contesto a cui appartiene, evitando di snaturarlo.

Austerlitz, Sebald e Loznitsa sul senso e il turismo della memoria

Ce lo suggerisce anche il documentario Austerlitz di Sergei Loznitsa, proprio incentrato sul turismo di massa nei luoghi della memoria. Partendo dall’opera di Winfried Georg Sebald, Loznitsa pone questioni, più che dare risposte. Cosa cerchiamo in questi luoghi? Perché ci andiamo?

Per plasmare la nostra identità oggi abbiamo bisogno di capire cosa è accaduto ieri: forse tra le motivazioni c’è proprio una egoistica esigenza di comprenderci. O di empatizzare. O semplicemente vogliamo soddisfare il nostro lato più voyeuristico perché siamo attratti da ciò che di più raccapricciante esista. Sarà forse lo stesso istinto che ci ha portato a creare la letteratura gotica che alimenta questo tipo di necessità?
Jacques Austerlitz ricerca le sue origini, al pari di Jonathan Safran Foer che ricerca le proprie in Ogni cosa è illuminata. Loro hanno un alibi. Qual è il nostro?

I limiti del turismo di massa

Da questa riflessione scaturiscono altre domande, sulle quali mi interrogo da un po’- Quali sono i limiti del turismo della memoria? Può e deve il turismo di massa avere accesso a cimiteri a cielo aperto per conservare le tracce di quello che c’è stato? Quale è la linea di demarcazione tra esibizione dell’orrore e ricordo? Come incidono i social e l’ansia sociale sul comportamento del turista medio nei campi di sterminio?
Io non so dare una risposta a queste domande. So solo che quello che ho visto mi ha lasciato esterrefatta.
Tuttavia penso anche che la visita a due campi di concentramento mi abbia cambiata e che sia stata una parte importante nel mio percorso personale. Qualsiasi siano state le motivazioni che hanno acceso in me questa urgenza. Se ho avuto accesso a questa possibilità è perché questi luoghi sono pubblici e non elitari, perché come sono accessibili a centinaia di migliaia di turisti pronti a scattarsi un selfie o a postare una storia, lo sono anche a me e a tutte le altre persone che vi si approcciano con rispetto e deferenza.

La post-memoria

Anche perché ormai chi ha lasciato testimonianza delle atrocità subite o è morto o lo sarà tra qualche anno. Il peso della memoria passerà nelle mani di chi ha ascoltato, ma non ha vissuto l’orrore in prima persona. Mi ritengo per questo molto fortunata, in quanto ho assistito a uno di questi racconti quando frequentavo le superiori. Eppure questa fortuna l’ho realizzata solo da pochi anni, quando sono cresciuta. Con l’informatizzazione dell’educazione e la sparizione dei libri, le nuove generazioni su cosa costruiranno la loro memoria, se non sugli strumenti di facile accesso in loro possesso? Questi sono gli interrogativi che ci pone la post-memoria di cui parla egregiamente Mario Flavio Benini nel suo blog.

Quale estetica e quali strutture istituzionalizzate, quali tropi e tecnologie mediano meglio oggi la psicologia della post-memoria, la continuità e la discontinuità tra le generazioni, il vuoto di conoscenza, le paure e il timore di sterilizzare e di rendere incomunicabile l’orrore dei campi di sterminio nazisti?

Le nostre responsabilità

pietre d’inciampo a Friburgo

La necessità di celebrare la memoria si fa dunque sempre più impellente. Soprattutto a fronte di chi quella memoria la calpesta o la nega, in attesa che i testimoni muoiano. E con loro il ricordo. Di qualche ora fa è la notizia che riporta che la porta di casa del figlio della deportata italiana Lidia Rolfi è stata imbrattata con la scritta “Qui ci sono degli ebrei”. E sono all’ordine del giorno notizie relative ai furti delle pietre d’inciampo poste in ricordo delle famiglie deportate, così come di blitz di gruppi di ispirazione nazi-fascista in tutto il mondo.
Il compito resta quindi lo stesso: mantenere vivida e condivisa la memoria. Ma fino a che punto il fine giustifica i mezzi?

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