Letteratura,  Narrativa

Infinite Jest, David Foster Wallace

Ci sono talmente tante cose da dire su Infinite Jest che è davvero difficile capire da dove iniziare. La narrazione è intricata, mastodontica, e le millecentosettantanove pagine che lo compongono (note escluse) sono dense di storie, personaggi e sottotesti che in più di un’occasione danno adito a difficoltà interpretative.

Cercando di strutturare le riflessioni che seguiranno in modo relativamente coerente, vorrei iniziare col dire che Infinite Jest è un romanzo postmoderno sulle dipendenze, forse il filo conduttore più facilmente identificabile all’interno della labirintica matassa spazio-temporale abilmente progettata e studiata nei minimi particolari dal genio narrativo di David Foster Wallace.

Il mio consiglio è di non lasciarvi spaventare dalla mole di carta stampata, bensì di armarvi di curiosità e bloc-notes e di lasciarvi avvolgere dal suo vortice creativo.

Tutte le immagini sono proprietà intellettuale dell’illustratore Chris Ayers, tratte da Poor Yorick Entertainment.

Dipendenze

La vicenda è quasi interamente ambientata a Boston, Massachusetts, in un futuro distopico non troppo lontano, per non dire spaventevolmente vicino. In questo scenario si delineano e si intersecano le vite apparentemente sconnesse tra loro di personaggi altrettanto apparentemente casuali. E’ il caso per esempio degli ospiti della Ennet House, casa di recupero dalle dipendenze da sostanze, all’interno della quale si muovono i protagonisti più tragicomici e paradossali che la letteratura statunitense contemporanea abbia mai prodotto, e degli atleti della E.T.A. – Enfield Tennis Academy – prestigiosa fucina che ha il compito di forgiare giovani tennisti professionisti, non meno dipendenti dalla vaga promessa di fama e successo che motiva costantemente le loro giornate e i loro sacrifici. Nonostante all’interno di queste due strutture emergano due protagonisti principali – il massiccio tossicodipendente in via di recupero nonché ex ladro di appartamenti di origine irlandese Don Gatley e il tennista in erba (in tutti i sensi) Hal Incandenza – i personaggi che satellitano intorno al nucleo a mo di elettroni carichi di energia narrativa esplosiva non risultano mai – e dico mai, nemmeno per un istante in quasi 1200 pagine – superflui o poco interessanti. Il vasto spettro delle esperienze e delle emozioni umane è perfettamente rappresentato da ogni individuo che gravita intorno a Infinite Jest, vivo o morto che sia, sempre strategicamente collocato nel posto giusto al momento giusto, con un’attenzione maniacale e shakespeariana (aprire la parentesi sulla intensa love story tra Shakespeare e Infinite Jest richiederebbe un post a parte).

Esauriti i dovuti convenevoli, lo schema narrativo, dicevo, è principalmente imperniato sul tema delle dipendenze, richiamate dal titolo stesso: l’infinite jest, la gioa, il godimento, il piacere profondo tanto inesauribile quanto illusorio – una burla, infondo – altro non è che una cartuccia – così vengono denominati i film all’interno del romanzo – altrimenti detta samizdat (dal russo “edito in proprio”, termine e concetto per niente casuali, cfr Wikipedia), che ha il potere di creare dipendenza se guardata, nonché di trasformare gli spettatori in vegetali, poiché sopraffatti da un piacere talmente intenso da trasformare la loro attività cerebrale “in quella di una tarma”. Un’arma molto appetibile non solo da parte del Governo (ONAN), che conduce esperimenti neuro-elettrici per stimolare il piacere (terminali-P) alla ricerca di un metodo di disseminazione di una “gratificazione passiva” che consenta il pieno controllo delle masse, ma anche di tanto balzani quanto spietati gruppi terroristici.

Signore e signori, benvenute/i nel mondo dell’intrattenimento! La letalità della cartuccia dell’infinite jest oltre ad essere fisica è anche figurata, in quanto specchio cristallino del mondo contemporaneo, in cui l’intrattenimento popolare ha assunto le gigantesche proporzioni di una macchina alienante che dopo aver instillato il seme della dipendenza, si nutre delle solitudini, delle fragilità e del senso di vuoto dello spettatore medio in modo incontrollato ed esasperato, diventando una sorta di Moloch ginsberghiano dagli effetti devastanti, paragonabili a quelli dati da droghe e alcool:

“L’espressione sembrava quasi – cazzo, come come definirla. Cazzo”, disse Steeply tutto concentrato.

“Pietrificata”, disse Marathe. “Ossificata. Inanimata”.

“No. Non inanimata. Piuttosto l’opposto. Era come se fosse… bloccato in qualche modo”.

Anche il collo di Marathe era rigido perché era molto tempo che si sporgeva in avanti per guardare in basso e in avanti. “Cosa vorresti dire con questo? Incollato?”

Steeply stava facendo qualcosa allo smalto rotto di un’unghia dei piedi. “Bloccato. Fisso. Catturato. Intrappolato. Come se fosse rimasto intrappolato in mezzo a qualcosa. Tra due cose. Tirato contemporaneamente in due direzioni diverse”.

Gli occhi di Marathe cercarono nel cielo già troppo blu per i suoi gusti, appannato da una specie di pellicola trasparente di calore. “Vuoi dire tra due desideri diversi di grande intensità, vuoi dire questo?”

“Non tanto desideri. Era qualcosa di più vuoto. Come se fosse rimasto bloccato a metà di un pensiero. Come se avesse dimenticato qualcosa.”

“Qualcosa fuori posto, che aveva perso.”

“Fuori posto”.

“Perso”.

“Fuori posto”.

“Come vuoi”.

La fruizione assuefatta acritica e passiva non è solo al centro dell’intrattenimento, ma anche del sistema governativo stesso, che dissemina (termine tecnico estrapolato direttamente dal testo) il 50% dell’educazione pubblica proprio attraverso le cartucce, “impulsi accreditati e codificabili” comodamente assorbibili dal divano di casa, prodotti commerciali preconfezionati destinati al consumo.

E’ dunque l’infinite jest a legare sul piano narrativo le attigue Ennet House e ETA e i loro abitanti, anche se non vi svelerò in che modo. Basti pensare che lo stesso Hal Incandenza, giovane promessa del tennis nonché figlio di James e Avril Incandenza, rispettivamente il defunto fondatore suicida e la direttrice della ETA, fa uso di “Bob Hope”, aka marijuana, nascosto nei tunnel segreti dell’accademia. E Mike Pemulis, migliore amico di Hal, rifornisce i compagni delle più svariate droghe disponibili sul mercato (e di urina depurata per superare i controlli antidoping).

Il tema della dipendenza si riscontra anche nell’organizzazione e nella struttura politica dell’ONAN (Organization of North American Nations): già il nome non è molto promettente – onan ricorda molto onanismo, ovvero masturbazione – e lo è ancora meno il concetto che sta alla base della sua istituzione. Nel futuro prossimo di F. Wallace, gli Stati Uniti hanno annesso il Canada, il Quebec – che lotta per la propria indipendenza non solo dagli USA, ma anche dal Canada – e il Messico, attuando le mire imperialiste che li caratterizzano sin dalla data della loro fondazione. L’ONAN si dichiara experialista (bellissimo neologismo fosteriano)ovvero esportatrice, per la precisione di rifiuti tossici. Il logo appuntato sulla bandiera nazionale parla chiaro: un’aquila (USA) con il sombrero (Messico) impugna tra gli artigli una foglia di acero (Canada e Quebec), una scopa e un disinfettante, simboli questi ultimi dello smaltimento dei rifiuti tossici e della pulizia, ovvero la dipendenza ossessivo-compulsiva che caratterizza il presidente dell’ONAN Gentle, oltremodo fissato con una maniacale igiene personale.

In quanto ex cantante di successo, anche Gentle è un prodotto diretto del consumo dell’industria di intrattenimento. Il suo percorso politico assume le sembianze di un copione cinematografico parodistico, che tanto mi ha ricordato i dialoghi parossistici di Gulliver con i capi di stato lillipuziani: gli stati interdipendenti che compongono l’ONAN sono in conflitto tra loro per ragioni futili, come l’altezza dei tacchi o la corretta maniera di rompere un uovo, motivi di discordia tra gli abitanti di Lilliput, e tutto, come in Swift, pare risolversi con altrettanto futili elucubrazioni mentali che ben rispecchiano la scelta del nome ONAN, una masturbazione satiricamente e swiftianamente politica, mentale, autocelebrativa e autoreferenziale. Ancora una volta il filo rosso è la dipendenza creata dal piacere e in questo caso l’orgasmo deriva direttamente dal potere politico ed economico.

L’ONAN, tra i tanti problemi che deve affrontare, ha quello impellente dei rifiuti, che vengono imballati, issati su un braccio meccanico e sparati a tutta velocità nella Concavità, un luogo situato in Quebec completamente ricoperto dalla spazzatura, dalle scorie energetiche e dai rifiuti tossici dell’ONAN, che, non riuscendo a sostenerne i costi di eliminazione, vende il proprio calendario alle aziende, che conferiscono agli anni che si susseguono il nome dei propri prodotti-lancio. Motivo per il quale il tempo in I.J. viene scandito proprio dai cosiddetti “anni sponsorizzati”, così suddivisi:

1. Anno del Whopper

2. Anno dei Cerotti Medicati Tucks

3. Anno della Saponetta Dove in Formato Prova

4. Anno del Pollo Perdue Wonderchicken

5. Anno della Lavastoviglie Silenziosa Maytag

6. Anno dell’Upgrade per Motherboard-Per-Cartuccia-Visore-A-Risoluzione-Mimetica-Facile-Da-Installare Per Sistemi TP Infernatron/InterLace Per Casa, Ufficio, O Mobile Yushityu 2007 (sic)

7. Anno dei Prodotti Caseari dal Cuore dell’America

8. Anno del Pannolone per Adulti Depend

9. Anno di Glad

La vicenda si svolge prevalentemente durante l’Anno del Pannolone per Adulti Depend, con qualche flashback e flashforward.

Nel corso della lettura è difficile non essere portati a interpretare tutto questo elaborato meccanismo come una critica – o semplicemente una grottesca presa di coscienza di un dato di fatto – alla società consumista, talmente dipendente dal consumo da accettare passivamente che il proprio tempo abbia il nome di un pannolino contro l’incontinenza.

Ed è proprio grazie a una caustica ironia che D. F. W. dimostra di avere il dono di smascherare con abili mosse tutta l’ipocrisia che si cela dietro il sottile velo dell’apparenza: esilarante in questo senso il passaggio relativo all’invenzione di un nuovo visore per video-chiamate: tutti desiderano osservarsi e osservare il proprio interlocutore telefonico, ma poi nell’osservarsi tutti provano disgusto per se stessi e l’esigenza di mercato varia nuovamente, muovendosi verso un “mascheramento ottimisticamente travisazionale” che aggiusti le imperfezioni. Di seguito il gustoso passaggio. A voi non ricorda una certa Apple e la delirante isteria dettata dal nostro rapporto malsano con le nuove tecnologie?

Nel caso in questione, l’evoluzione delle compensazioni di stress & vanità vide il rifiuto da parte dei videochiamanti dapprima delle loro facce, poi dei loro simulacri mascherati e migliorati, per finire con la copertura totale delle videotelecamere e la trasmissione di statici e stilizzati Tableaux da un Tp all’altro. E dietro questi diorama applicati sulle lenti e trasmessi, i chiamanti scoprirono naturalmente di essere ancora una volta invisibili e senza stress, di poter di nuovo stare senza trucco e toupet e con le occhiaie dietro i loro diorami di celebrità, di nuovo liberi – poiché di nuovo non visti – di scarabocchiare, strizzarsi foruncoli, tagliarsi le unghie, controllare le pieghe dei pantaloni – mentre sul loro schermo il volto attraente e attento della celebrità appositamente scelta sul Tableau del ricevente assicurava loro di essere l’oggetto di quell’intensa attenzione che non era necessario esercitassero. (…) Questi volgari utilizzatori divennero gli ironici simboli culturali della volgare e vanesia schiavitù della società di Pubbliche Relazioni e alle novità dell’alta tecnologia; divennero il volgare equivalente in Epoca Sponsorizzata della gente con gli abiti all’ultima moda,, i dipinti su velluto nero, il gilet di lana per il barboncino, i gioielli di zirconi cangianti, il Pulisci-Lingua Anti-Patina eccetera.

Seguendo il modello del consumismo-a-portata-di-mano, potremmo forse identificare il 2018 come l’Anno Sponsorizzato del Gestore Robotizzato Ansia/Disagio formato Famiglia Apple?

E intanto David Foster Wallace si prende gioco di noi e delle nostre ipocondrie consumistiche.

Ma non tutti sono disposti ad accettare lo status quo: gli AFR (Assassins en Fauteuils Roulants, assassini in sedia a rotelle), una cellula terroristica che lotta per l’indipendenza del Quebec composta da invalidi su una sedia a rotelle (curioso in questo senso il rito di passaggio per potervi accedere: bisogna essere figli di minatori quebechiani e saltare contro un treno in corsa, rimanendo pesantemente menomati) dai metodi violenti e spietati. Gli AFR vogliono impossessarsi della cartuccia originale dell’infinite jest, in modo da utilizzarla come arma terroristica ai danni dell’ONAN. Le loro spie si insinuano alla Ennet House e alla ETA e si muovono silenziose e letali tra le pagine del libro.

 

Oltre alla dipendenza in senso stretto che si consuma nei tunnel dell’ETA, presso l’accademia l’assuefazione alla competizione si fa sempre più intensa e pressurizzata. L’ETA viene descritta come un luogo asettico e freddo, quasi robotico, in cui la fatica, il sudore, le insolazioni, la stanchezza e le classifiche hanno l’unico obiettivo di insegnare agli atleti ad essere migliori degli altri, per poi essere dati in pasto al pubblico ormai completamente spremuti e svuotati, divorati dal talento e dal consumo, costantemente sotto pressione (NB: i ragazzi vengono incentivati a indossare tute di marca e a utilizzare attrezzatura fornitagli dalle imprese sportive, diventando a tutti gli effetti degli sponsor pubblicitari (in)umani). E F. Wallace sa bene di cosa parla, dato il suo passato da tennista agonistico. L’allenatore tedesco Schtitt (casuale l’assonanza con shit, “merda”?) ha tutta l’aria di essere un kapò nazista: armato di bacchetta meteorologica e pistola ad aria compressa, in allenamento spara pallini dal suo sidecar colpendo i ragazzi che lo seguono di corsa, urlando loro “Schnell!”, rendendo ancora più chiaro il parallelismo grottesco tra l’ETA e i capi di concentramento nazifascisti.

Ecco come evitare di pensare a tutto questo ammazzandosi di allenamenti e partite finché tutto viaggia con il pilota automatico e l’inconscio esercizio del talento diventa un modo di sfuggire a voi stessi, un lungo sogno a occhi aperti di puro gioco.
Ora l’efebo che è un’ étoile famosa, che appare sulle riviste e sui notiziari sportivi aux disques, è destinato a diventare il Cartellone Pubblicitario che Cammina. Una questo, indossa questo, per denaro. Ti buttano addosso i milioni prima che tu abbia l’età per guidare le macchine che ti compri. La testa si gonfia come un palloncino, perché no?”.

“E la pressione può esser lontana?” disse Steeply.

“Molte volte succede la stessa cosa. Si vincono due o tre partire importanti e improvvisamente ti senti amato, tutti si rivolgono a te come se ci fosse amore. Ma poi succede sempre la stessa cosa. Perché allora ti rendi conto che sei amato solo perché vinci. Le due o tre vittorie ti hanno creato, per la gente. Non è che le vittorie gli hanno fatto conoscere qualcosa che esisteva ma era ignota prima di queste vittorie importanti. Sembra che l’arrivare dal nulla e vincere ti abbiano creato. Devi continuare a vincere per conservare l’esistenza dell’amore e delle sponsorizzazioni e delle riviste patinate che vogliono scrivere il tuo profilo”.

“Subentra la pressione”, disse Steeply.

“Una pressione tale da non potersela neanche immaginare, ora che per mantere la tua posizione devi vincere. Ora che tutti si aspettano che tu vinca. E sei tutto solo, negli alberghi e sugli aerei, e qualsiasi altro giocatore con cui parli della pressione vuole batterti, vuole essere ed esistere sopra di te e non sotto di te. O gli altri, che vogliono da te solo la vittoria che però avrai solo se giochi con abbandono”.

“Ed ecco i suicidi. Gli esaurimenti. Le droghe, l’indulgenza, il viziarsi”.

“Che istruzione diamo se forgiamo l’efebo per diventare un atleta che vince senza la pura di essere amato e non lo prepariamo per il momento in cui la paura arriverà, ti sembra?”

(…)

“E per quelli che diventano davvero le étoiles, i fortunati sui quali vengono scritti degli articoli e sono fotografati per i lettori e per la religione degli USA “ce l’hanno fatta”, devono avere qualcosa di costruito dentro di loro lungo il cammino che li aiuterà a trascendere il tutto, oppure sono condannati. Lo sappiamo per esperienza. Lo si riscontra in tutte le culture basate sull’ossessione del raggiungimento di uno scopo. Guarda i japonois, i tassi di suicidi dei loro ultimi anni. Questo cmpito che abbiamo noi alla Enflield è ancora più delicato, con le étoiles. Perché se raggiungi il tuo scopo e non riesci a trovare il modo di trascendere l’esperienza che quello scopo raggiunto sia tutta la tua esistenza, la tua raison de faire, allora, dopo, succederà una delle due cose che vedremo. Una è che tu raggiungi il tuo scopo e ti rendi conto della certezza sconvolgente che il raggiungimento dello scopo non ti completa e non ti redime, non rende la tua vita un successo come la tua cultura ti aveva insegnato a pensare. E allora affronti questo fatto che ciò che avevi sempre pensato avrebbe avuto un significato che in realtà non ha, e sei impalato dallo shock.

Hal Incandenza, qualcosa da dichiarare? Che il percorso di svuotamento abbia inizio, vedi alla voce anedoniaincapacità di provare piacere. Dipendenza, piacere: tutto torna in questa architettura finemente progettata. Ma la maestria di D.F.W. nel delineare una società incatenata (d)alle dipendenze va oltre, in quanto è anche metaletteraria: terminare la lettura di Infinite Jest lascia un senso di vuoto profondo e l’assuefazione alle sue pagine non si esaurisce, ma, al contrario, si intensifica in una continua ricerca di ciò che può essere sfuggito e delle sue infinite implicazioni. E la beffa ricomincia da capo.
Famiglie disfunzionali e fragilità umana

Photo Credits: EIDangerrible

Se la dipendenza è il principale filo conduttore di Infinite Jest, probabilmente le famiglie disfunzionali sono la dipendenza degli autori di narrativa nordamericana contemporanea. E in questo senso Jonathan Franzen è forse il tossicodipendente di punta, a un passo dall’overdose. Tralasciando le interviste in cui dichiara di essersi ispirato ampiamente a D.F.W., Franzen sembra attingere a piene mani da quel disagio che domina le relazioni umane che caratterizza I.J.

Il circolo vizioso parte da Hal Incandenza, quando, riferendosi a un test facoltativo dell’ETA, afferma: “L’esame riguardava la sintassi della frase di Tolstoj, non le vere famiglie infelici”, prendendosi gioco della superficialità del sistema educativo dell’accademia. L’implicita citazione di Tolstoj – “tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo” (Anna Karenina) – non è casuale, in quanto l’infelicità della famiglia Incandenza si rivela essere non solo il secondo filo conduttore di Infinite Jest, ma anche il motore stesso della narrazione. Come non pensare quindi a Le correzioni o Zona disagio di Franzen? O alla Pastorale americana di Roth? O ai litigi dei coniugi Wheeler in Revolutionary Road? O alla tragica fine della famiglia Compson in L’urlo e il furore? O ancora agli avvenimenti che piegano i Mulvaney in Una famiglia americana di Joyce Carol Oates? E l’elenco potrebbe andare avanti all’infinito, poiché l’ossessione nei confronti della costruzione, ma soprattutto della decostruzione, della famiglia è al centro dell’indagine del romanzo moderno e contemporaneo nordamericano da un bel po’ ormai. 

La famiglia americana si basa sulla più grande ipocrisia made in USA, che a sua volta muove i primi passi dalla Costituzione, che sancisce il diritto al perseguimento della felicità, un diritto che prende sempre più le sembianze di un dovere, come ci ha già dimostrato Hal Incandenza. No matter what, no matter howbisogna raggiungerlo questo piacere, bisogna agguantarla questa felicità.

Gli Stati Uniti di una moderna America dove lo stato non è una squadra o un codice ma una specie di intersezione abborracciata di desideri e paure, dove l’unica forma di consenso pubblico a cui il ragazzo ben disciplinato deve arrendersi è la supremazia riconosciuta della ricerca diretta di quest’idea miope e piatta della felicità personale.

“Io, per quanto mi riguarda personalmente, come americano, Rémy, se davvero lo vuoi sapere, penso che siano i vecchi ideali e sogni americani standard. La libertà dalla tirannia, dal troppo volere, dalla paura, dalla censura sulla libertà di parola e di pensiero”. Il suo sguardo era molto serio, anche con quella parrucca in testa.

“Quelli antichi, provati dal tempo. Un lavoro che abbia un qualche significato, e un po’ di tempo libero. Le solite cose, anche scontate”. Il suo sorriso mostrò a Marathe del rossetto su un incisivo. “Vogliamo poter scegliere. Amiamo sentirci efficienti e vogliamo poter scegliere. Vogliamo essere amati da qualcuno. Vogliamo amare liberamente la persona di cui ci innamoriamo. Vogliamo essere amati senza preoccuparci di dover raccontare cose segrete del nostro lavoro. Vogliamo che gli altri abbiano fiducia in noi e si fidino di quello che stiamo facendo. Vogliamo essere stimati. Non sentirci disprezzati senza ragione. Vogliamo avere dei buoni rapporti von i nostri vicini. Vogliamo energia abbondante e a basso prezzo. Vogliamo essere orgogliosi del nostro lavoro, della nostra famiglia e della nostra casa”. (…) “Le piccole cose. Accesso ai mezzi di trasporto. Una buona digestione. Degli atterzzi che facciano risparmiare tempo e fatica. Una moglie che non condonda gli obblighi di lavoro con i feticci privati. Una rimozione e uno smaltimento dei rifiuti affidabili. I tramonti sul Pacifico. Scarpe che non fermino la circolazione. Il gelato allo yogurt. Un grosso bicchiere di limonata su un dondolo che non scricchiola”. (…) MASSIMIZZARE IL PIACERE, MINIMIZZARE IL DOLORE: RISULTATO: CIO’ CHE E’ BUONO. QUESTI SONO I TUOI USA.(maiuscolo e grassetto miei). 

E qual è il modo migliore per tentare di afferrarla, la felicità? Creare una famiglia tradizionale, perché questi sono i dettami della società puritana e occidentale. Ma le famiglie scopriranno ben presto che non bastano una villetta nei sobborghi o un tostapane a risollevare le sorti della felicità domestica e i figli delle famiglie Incandenza, Gatley, Pemulis, Duquette, Stice e Lenz lo sanno purtroppo molto bene. Tra suicidi, violenza sulle donne e sui minori, ossessioni maniaco-compulsive, tradimenti, abuso di droghe e alcool, le figure genitoriali di Infinite Jest hanno tutte un ruolo estremamente negativo, che si rivela poi essere la causa primaria del disagio che attanaglia i figli. Forse è per questo motivo che D.F.W. ci spinge a empatizzare con i suoi personaggi, non importa quanto persi o malvagi possano essere; ci obbliga a farlo presentandoceli in una irresistibile veste tragicomica che non lascia scampo nemmeno ai più reticenti. Persino la descrizione della morte è grottesca, intrisa di una comicità triste che spiazza totalmente il lettore: dobbiamo ridere o piangere di fronte una drag queen tossicodipendente che vive in un bidone dell’immondizia? O di un attaché medico che perde ogni sua funzione cognitiva? O di Randy Lenz che sublima la mancanza di controllo sull’abuso di sostanze uccidendo topi, gatti e cani randagi? O di sua madre, che muore sul colpo perché pensa che il suo regalo di natale siano delle ottime noci pecan ricoperte di cioccolato e invece si tratta di un serpente a molla? O di Don Gatley, che uccide accidentalmente un procuratore canadese con il raffreddore? O della maxi rissa che vede mezza Ennet House scontrarsi con dei canadesi incazzati? O del povero Ortho Stice che riamane appiccicato a una finestra gelata? O dei giovani atleti della ETA che per evitare le insolazioni si ricoprono di Lemon Pledge, un potete lucido per mobili al profumo di limone che li fa puzzare di molletta da bucato quando sudano?

Difficile dare una risposta. L’umorismo caustico di Foster Wallace è talmente spiazzante, scorretto, tremendo da rivelarsi ancora una volta geniale. Eppure nasconde una immensa, profonda e disarmante tristezza, che tutto ad un tratto si fa seria, penetrante, lacerante, come questo invito – forse biografico? – all’empatia e alla compassione. Non quella fasulla, preconfezionata, banale e robotica degli Alcolisti Anonimi, che attraverso frasi fatte dimostrano tutta la superficialità e l’egoismo che stanno dietro al sistema dei gruppi di mutuo aiuto. Quella che sa toccare le corde della solitudine e del vuoto.

Il termine usato dai medici, depressione psicotica, fa sentire Kate Gompert particolarmente sola. Soprattutto la parola psicotica. Cercate di capire. Due persone stanno urlando dal dolore. Una di loro viene torturata con la corrente elettrice. L’altra no. Quella che urla perché torturata con la corrente elettrica non è psicotica: le sue urla sono appropriate alla circostanza. La persona che urla senza essere torturata, invece, è psicotica, dato che le persone esterne che stanno facendo la diagnosi non vedono nessun elettrodo o un amperaggio misurabile. Una delle cose meno piacevoli dell’essere in depressione psicotica è giungere alla conclusione che nessun paziente è veramente psicotico, e che le loro urla sono decisamente appropriate a certe circostanze che non possono essere scoperte da nessuno. Da qui la solitudine: è un circuito chiuso: la corrente è applicata dal dentro e viene ricevuta dentro.
Tanto ci sarebbe da dire su Eschaton (dal greco “fine”), il gioco di simulazione di guerre nucleari che tanto appassiona i cuccioli dell’ETA; o dell’incontro tra Don Gatley e Hal Incandenza; o della Mami, di Mario, Orin e James, madre, fratello minore, fratello maggiore e padre di Hal; o di Marathe e Steeply, agenti segreti non specificati e terroristi malcelati; o di Joelle e degli altri ospiti della Ennet. In generale tante sarebbero ancora le cose da dire su Infinite Jest, ma è inutile dilungarsi nel tentativo di colmare la sua inesauribilità. Quelli citati sono forse gli aspetti che mi hanno colpito di più e che mi consentiranno di portarmi questo libro nel cuore e nella memoria.

 

Se dovessi immaginarmi David Foster Wallace durante le battute finali della sua vita, mentre stringe il nodo del cappio alla trave di casa, me lo immaginerei come Kate Gompert nel momento in cui arriva per la prima volta alla Ennet House:

Sono qui perché voglio morire. Ecco perché mi trovo in una stanza senza finestre con le gabbiette sulle lampadine e la porta del bagno senza serratura. Ecco perché mi hanno portato via i lacci delle scarpe e la cintura. Ma ho notato che quella sensazione non la portano via, però, vero?

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