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Alla scoperta della Basilicata

Il nostro viaggio alla scoperta della Basilicata parte il 7 agosto 2017 da Bergamo alle 3.00 di notte. Maciniamo un migliaio di kilometri sull’Adriatica senza mai incontrare traffico e giungiamo a Matera, prima tappa della nostra avventura, in perfetto orario.

Prima ancora di innamorarci della città dei sassi, ci lasciamo sedurre dall’alloggio: MaterCasavacanza, uno splendido appartamento recentemente ristrutturato con il candido tufo tipico della zona che presenta una vasca a vista contornata di candele; l’atmosfera ideale per lavarsi via la fatica del lungo viaggio. Il giovane proprietario è affabile, prodigo di consigli e di sorrisi.

Dopo esserci rifocillate e riposate, partiamo all’esplorazione del Sasso Barisano, situato a pochi passi dal nostro nido. Bastano qualche gradino e un paio di viottoli per lasciarci a bocca aperta: Matera si staglia dietro l’angolo in tutto il suo incantevole splendore.

Il nucleo cittadino originario nasce e si sviluppa dalle grotte naturali scavate nella roccia che, successivamente ampliate dall’intervento umano, iniziarono a evolversi in un perfetto connubio tra natura e urbanizzazione, dando vita ai due anfiteatri che costituiscono la città: il Sasso Barisano – dove si dipana la parte più moderna di Matera – e il Sasso Caveoso – che ospita il quartiere più antico. Ciò che sorprende di questa città fiabesca è soprattutto la sua storia, segnata dal passaggio di decine di civiltà diverse nel corso dei secoli, che invece di distruggere quel che trovarono al loro arrivo, ci costruirono sopra, conferendo a Matera quel peculiare aspetto architettonico di città multi-stratificata, impronta di un multiculturalismo che ha dato linfa vitale a un borgo ricco di storia. Dalla civiltà rupestre a quelle bizantine e orientali, dalla conquista normanna alla contaminazione europea dello stile romanico, rinascimentale e barocco fino all’età moderna, Matera è specchio di stili diversi tra loro ma in grado di collaborare in perfetta sinergia. L’assetto urbano dell’agglomerato materano narra l’abilità dell’uomo di adattarsi perfettamente all’ambiente e al contesto naturale, consentendogli di poter controllare la temperatura (uso del tufo) e il flusso delle acque (uso dei pendii e di una fitta rete di canali di scolo) e di organizzare al meglio la vita e la difesa del territorio.

La struttura architettonica è costituita da due sistemi, quello visibile realizzato con le stratificazioni successive di abitazioni, cortili, ballatoi, palazzi, chiese, strade, orti sospesi, ipogei e giardini, e quello interno e invisibile a prima vista, costituito da cisterne, grotte, cunicoli e sistemi di controllo delle acque, come il Palombaro lungo, una cisterna sotterranea alta quasi venti metri (e in passato navigabile), che raccoglieva l’acqua e la metteva a disposizione della popolazione.

Il nostro breve tour del Sasso Barisano, reso ancor più magico e intimo dal fatto che la città è inspiegabilmente quasi deserta di turisti, comprende il Palombaro lungo, una casa grotta – ex chiesa rupestre – appartenuta alla famiglia dell’anziano cicerone che ci accompagna al suo interno spiegandocene la storia e le chiese principali.

Dopo aver passeggiato per i vicoli cittadini, ci mangiamo un’ottima pizza d’asporto presa da I sapori senza glutine, ristorante-pizzeria che fa al caso della mia celiaca compagna di viaggio, e decidiamo di sfidare la stanchezza per goderci la vista della Matera notturna, illuminata da una abbacinante luna piena. Lo spettacolo che ci troviamo di fronte ci lascia ancora una volta attonite: Matera pare un gigantesco presepe naturale.

Il giorno seguente partiamo alla scoperta di Sasso Caveoso, la parte antica della città. Anche in questo caso la visita comprende le principali chiese rupestri e Santa Maria de Idris, dove il simpatico parroco ci conduce all’interno della sagrestia, dal cui balconcino possiamo ammirare una splendida vista privilegiata sull’antistante parco della Murgia.

Prima di lasciare definitivamente Matera, ci addentriamo nella Murgia per godere del panorama che abbraccia la città nella sua interezza, già nostalgiche e dispiaciute per non aver potuto dedicare più tempo alla prima tappa del nostro viaggio lucano.

La sera dell’8 agosto arriviamo sul Metaponto, dopo aver percorso strade completamente deserte, abitate solo da rifiuti abbandonati sui cigli e nelle piazzole di sosta – e montiamo il nostro accampamento presso il Camping Julia. Campeggio spartano immerso in una rilassante pineta – purtroppo in gran parte distrutta dal terribile incendio di poche settimane prima – il Julia si trova a pochi metri dal mare. Fatta eccezione per i bagni vecchi e fatiscenti, la struttura è abbastanza pulita e tranquilla e il personale molto alla mano. L’idea è di alternare giornate di mare alle visite dei paesini circostanti, pertanto ci fermiamo nell’area Metapontina cinque notti.

La mattina seguente partiamo alla volta di Irsina, un paesino situato a 79 km da Metaponto e che aveva attirato la nostra attenzione grazie a un articolo di Repubblica , che ne osannava le meraviglie. Ahimè, rimaniamo molto deluse e ce ne andiamo sconsolate, rincuorate solo dal bel paesaggio agreste che regalano le colline lucane.

Procediamo poi verso Tricarico, pittoresco borgo dalle svariate contaminazioni culturali, che si snoda attraverso porte, torri, quartieri e vicoli arabi (Ràbata, da ribat, “covo degli arabi”), fino a chiese cristiane – tra cui Santa Maria Assunta con i suoi particolari contrafforti e Santa Chiara con la sua bellissima cappella affrescata – e alla imponente torre normanna.

Il terzo paese della giornata è Castelmezzano, incantevole borgo medievale incastonato tra le dolomiti lucane di roccia arenaria e collegato attraverso un cavo di acciaio a Pietrapertosa, che si può raggiungere sfrecciando nel vuoto sospesi a cinquanta metri dal suolo. Percorriamo le strette viuzze di Castelmezzano fino ad arrivare in cima alle dolomiti, dalle quali possiamo ammirare la selvaggia vallata sottostante e il perfetto equilibrio tra insediamento urbano e natura circostante.

 
In seguito a un lungo tragitto in auto che circumnaviga la vallata, pur trovandosi a pochi km di distanza in linea d’aria, giungiamo a Pietrapertosa solo dopo un’ora abbondante. Qui il paesaggio dolomitico si fa ancor più interessante, poiché arricchito da una splendida rocca normanna che domina la gola e Castelmezzano dall’alto.
Il 10 agosto decidiamo di visitare i trulli di Alberobello, situato a pochi kilometri dal confine lucano, ma la delusione è alle porte. Entrati a far parte del patrimonio UNESCO, i trulli ospitano esclusivamente negozi di souvenir pacchiani, ristoranti per turisti e stanze in cui pernottare. Alberobello ha probabilmente perso la sua autenticità svendendosi a un turismo di basso lignaggio, acritico, apatico, che si aggira per le sue vie incandescenti e abbaglianti con disarmante pressapochismo e grossolanità. Un peccato davvero, perché i trulli sono costruzioni davvero molto interessanti per la loro storia e il loro sviluppo.
Il giorno seguente è il turno di Craco e Pisticci, due paesi totalmente diversi tra loro ma ugualmente affascinanti. Craco, antico borghetto medievale, sede universitaria nel 1200 e abbandonato definitivamente verso la fine degli anni Novanta in seguito all’ennesima frana del terreno argilloso, è visitabile esclusivamente con una guida, in quanto gran parte del villaggio non è più agibile e la restante è pericolante. Nonostante il prezzo alto della visita (10 euro sono davvero eccessivi), il tour vale la pena. Razziato fino al 2009, anno in cui la Regione si accorge che forse è il caso di proteggere un borgo così ricco di storia invece di lasciarlo depredare da chiunque, oggi Craco si presenta come un suggestivo paese fantasma, molto interessante anche dal punto di vista geologico. Circondato da una piana ricca di calanchi, fu costruito su terreno argilloso, reso ancor più cedevole dall’aggiunta in epoca fascista di un acquedotto, che diede gloria al paese – considerato all’avanguardia ai tempi – ma che allo stesso tempo contribuì a causarne la distruzione.
Di tutt’altra fattura Pisticci, che assume le sembianze di un paesino greco grazie al bianco intenso dell’intonaco che caratterizza le facciate delle sue abitazioni. Patria del noto Amaro Lucano, è stata per noi fornitrice ufficiale di peperoni cruschi, peperoni – prevalentemente rossi – lasciati seccare al vento e al sole e poi polverizzati o fritti in olio. Anche da qui è possibile ammirare lo splendido panorama lunare dei calanchi, che accolgono l’altura su cui è posata Pisticci.

Una rapida capatina a Marina di Pisticci ci è bastata per capire che non era giorno di mare: un forte vento ci ha concesso un bagno veloce immerse in un contesto quasi oceanico e poi via di corsa verso il nostro accampamento.

Il 12 agosto si parte presto per visitare il parco archeologico metapontino e le Tavole Palatine, i resti di un mastodontico tempio greco in stile dorico del VI secolo a.c. dedicato a Hera. Sconfortante notare come entrambi i parchi fossero aperti e non custoditi, alla mercé di chiunque e qualunque condizione meteorologica.

Ci spostiamo successivamente a Bernalda, patria dei lampascioni, laboriose cipolline dal sapore amarognolo e terroso, e di ottimi taralli lessati. Una cittadina viva e piacevole, protetta da una rocca normanna, purtroppo chiusa per lavori in corso, che si affaccia su piazza San Bernardino, con l’omonima statua in versione rock a guardia della chiesa. Decidiamo di pranzare in un ristorantino con vista sui calanchi, all’ombra di uno splendido pergolato in fiore.

Giunto il giorno della nostra partenza, ci accingiamo a lasciare la costa ionica per raggiungere quella tirrenica, passando prima da Policoro, porticciolo turistico eco-sostenibile che però non riusciamo a visitare, poiché l’ingresso pare essere riservato ai villeggianti. Facciamo un buco nell’acqua anche con l’oasi del WWF di Policoro, la cui apertura estiva è alle 17.00, troppo tardi per la nostra tabella di marcia. Dopo due ore di viaggio, raggiungiamo Maratea, dove ci stabilizziamo per altri cinque giorni. Basilicata coast to coast a tutti gli effetti.

Il Camping VillageMaratea situato nella magnifica baia di Castrocucco, è un campeggio molto più grande del precedente e chiaramente più turistico, oltre che più sporco; utilizzare i bagni, angusti e spesso lerci, non è stato molto piacevole. Molto bella invece la spiaggia sassosa del campeggio, dalla quale abbiamo potuto godere splendidi tramonti sul mare, ammirando sulla nostra sinistra la costa calabra e sulla nostra destra il Cilento.
I giorni successivi li dedichiamo alla scoperta delle spiagge e delle bellezze naturali della costa tirrenica. Varcando il confine calabro-lucano, ci dirigiamo verso l’Arco Magno, un incantevole spettacolo della natura, forse uno dei pochi luoghi presi d’assalto. Ci spostiamo poi verso la spiaggia di Praia a Mare, dall’intenso colore scuro.
Bella anche la Spiaggia Nera di Cala Jannita, seppur anche questa decisamente più popolosa e turistica. Parcheggi giornalieri a pagamento in ogni dove e l’arrogante presenza dei lidi hanno privato queste spiagge di gran parte del loro fascino selvaggio.
Forse la spiaggia migliore rimane quella della Luppa nella zona di Acquafredda, praticamente deserta e ricca di insenature dall’acqua cristallina.
La notte di Ferragosto assistiamo all’incendio del campanile della chiesa di Maratea, tradizione locale che attrae tutti gli abitanti della zona. Il centro storico è pieno, allo scoccare della mezzanotte fiumane di gente osservano il campanile “prendere fuoco”: vengono sparate decine di fuochi d’artificio e l’effetto è molto suggestivo, così come Maratea stessa in notturna.
Le ultime due soste prima di partire ci portano al Cristo Redentore che domina Maratea e il suo porto, una statua in marmo alta ben 21 metri, e le grotte delle meraviglie, un agglomerato di affascinanti stalattiti e stalagmiti.
Salutiamo il mare con una cena in un ottimo ristorante pizzeria di Praia a mare, uno dei pochissimi che propone cucina senza glutine nella zona: Il Saraceno, da cui è possibile ammirare il Cilento che si staglia sullo sfondo e l’isola di Dino al tramonto.

Il 18 agosto, l’ultimo giorno di permanenza in terra lucana, è ormai giunto e siamo costrette alla partenza. Fortunatamente non incontriamo traffico sull’Adriatica e in una decina di ore di auto siamo nuovamente a Bergamo.

Di questa bellissima avventura ricorderemo i colori, i sapori, la gentilezza dei lucani, l’incanto di luoghi non ancora pesantemente intaccati dall’industria del turismo, la quiete dei grandi spazi e i kilometri macinati, il connubio perfetto tra presenza umana e naturale. Tanti sono i luoghi che non abbiamo potuto visitare perché troppo lontani dalla nostra portata, tanti altri invece li abbiamo dovuti scartare perché il tempo era poco… Un motivo in più per tornare in Basilicata in futuro.

Nella foto: vino rosso lucano di un vitigno speciale selezionato; freselle al peperoncino; lampascioni sottolio; taralli lessati di Bernalda; cipolle di Tropea; peperoncino calabro; peperoncino habanero; peperoni cruschi; canovaccio kitsch raffigurante trulli.

 

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