Letteratura,  Saggi

Storia della protezione degli animali in Italia

Primo: non maltrattare. Storia della protezione degli animali in Italia della storica Giulia Guazzaloca è stato pubblicato da Laterza nel 2018. Si tratta di un volume molto interessante che ripercorre la storia della tutela degli animali in Italia e nel mondo, dall’Ottocento fino ai giorni nostri.

Fornito di una fitta bibliografia, il testo è ben scritto e documentato e vanta un approccio oggettivo al tema. Sospende il giudizio morale affinché il lettore sia libero di informarsi in merito alla storia della protezione degli animali in Italia.

In questa recensione sono riproposti alcuni punti salienti presenti nel testo. Tutte le citazioni presenti sono da riferirsi alla prima edizione di Primo: non maltrattare. Storia della protezione degli animali in Italia di Giulia Guazzaloca, edizione Laterza.

 

Superiorità, utilitarismo e compassione

L”indagine di Guazzaloca parte dalla seconda metà del Cinquecento, quando il filosofo inglese Bacone e il matematico francese Cartesio scrissero che gli animali sono delle macchine funzionali all’uomo, alle sue attività e al progresso tecnico.

Quasi due secoli dopo, nel 1789, fu il testo del filosofo e giurista Jeremy Bentham a cambiare questa prospettiva. In Introduzione ai principi della morale e della legislazione egli scrisse: “la domanda non è ‘possono ragionare?’, né ‘possono parlare?’, ma ‘possono soffrire?’”. Bentham fu Il primo pensatore moderno a parlare di animali dal punto di vista morale e politico.

Successivamente, Charles Darwin individuò analogie di comportamento tra uomo e animale. Egli sostenne che l’etica è sottoposta alle leggi dell’evoluzione, “perché si sviluppa dagli istinti di appartenenza al branco“. Ne consegue che la morale potrebbe superare la specie umana per includervi tutti gli animali.

Il progresso collettivo 

Fu così che iniziarono a emergere le prime connessioni tra benessere animale e benessere della comunità. Questi legami furono sanciti dalla nascita della Humanitarian League nel 1891. Grazie a questa organizzazione fondata dal pensatore inglese Henry Salt, il concetto di  protezione animale si rivoluzionò radicalmente.

Infatti essa andava di pari passo con la riforma delle prigioni, il miglioramento delle condizioni dei poveri, l’emancipazione femminile, l’obbligo delle vaccinazioni e la lotta all’inquinamento.

Dal momento che “oppressione e crudeltà derivano sempre da una mancanza di immaginazione empatica”, la violenza sugli animali era (ed è) il potenziale punto di partenza di quella commessa nei confronti degli esseri umani. Per questo la sofferenza animale è in grado di produrre disordine sociale e mina il principio di progresso collettivo.

La nascita dei macelli industriali e della vivisezione 

Nella prima metà dell’Ottocento, si approvarono negli Stati Uniti e nel Regno Unito le prime leggi a tutela di alcuni animali, il cui abuso e maltrattamento iniziò ad essere perseguito.

Ma poco potevano queste leggi contro lo sviluppo tecnologico e la conseguente industrializzazione, che portarono alla nascita dei primi allevamenti e macelli industriali.

Queste strutture “diedero allo sfruttamento animale e al dominio dell’uomo sulla natura una dimensione sempre più radicale e istituzionalizzata.” (pag. 13)

Con lo svilupparsi della pratica della vivisezione, si costituirono tante associazioni a tutela degli animali. Molto attive all’interno di questi gruppi erano le donne, che permisero al pubblico di

riflettere sui legami tra oppressione femminile e crudeltà nei confronti degli animali, un tema ricorrente negli scritti delle femministe americane ed europee. Analogamente, la violenza subita dagli animali per mano dei vivisettori era spesso utilizzata dalle laureate in medicina per denunciare il trattamento degradante inflitto alle donne povere nei charity hospitals e per contestare la crescente ingerenza medica nella sfera riproduttiva femminile.

Alcuni gruppi zoofili e giornali popolari cominciarono a sostenere che il trattamento degli animali rifletteva la barbarie del capitalismo moderno, la sua endemica crudeltà.

L’antivivisezionismo finì dunque per mettere in campo nuovi argomenti e registri emotivi. Vi confluirono le rivendicazioni delle femministe e la condanna dell’ordine sociale patriarcale; la critica al “sapere occulto’ di medici e scienziati; il rifiuto di ogni forma di violenza sui più deboli; le riflessioni sulla sensibilità individuale e collettiva dinanzi alla sofferenza; l’attacco, in alcuni casi, all’ordine industrial-capitalista. (pag. 14).

Le prime organizzazioni italiane 

Sulla scia internazionale, nella seconda metà dell’Ottocento nacquero anche in Italia le prime associazioni a difesa degli animali. Fu così che si iniziò a tracciare una storia della protezione degli animali in Italia.

Inizialmente motivate da un senso di decoro e superiorità morale di ispirazione borghese, esse si occupavano principalmente di animali da traino e da lavoro, escludendo la caccia e il macello a fini alimentari dalle loro rivendicazioni.

A chi gli obiettava che si dovesse pensare prima ai bisogni umani, Giuseppe Consolo rispondeva “una cosa non esclude l’altra: coll’impedire il maltrattamento degli animali, l’uomo va educandosi a sentimenti più miti verso i suoi simili.”

Pur versando in condizioni economiche misere, agli inizi del Novecento l’evoluzione degli obiettivi di queste organizzazioni portò al raggiungimento di risultati concreti nel campo della salvaguardia animale (Cfr. pp. 27-28).

I pochi fondi venivano erogati dal Regno Unito, in quanto le leggi, la stampa e l’opinione pubblica italiane erano ancora molto lontane dall’abbracciare il tema della sofferenza animale.

Inoltre, il radicato sessismo del tempo contribuì a screditare le battaglie di tutela animale, relegandole a “eccessi di sensibilità femminile e pazzia ereditaria delle donne.”

Fu Zanardelli, liberale di sinistra, promulgatore del primo codice penale italiano e abolitore della pena di morte, a ideare la prima legge italiana in tema di tutela del benessere animale (Articolo 491).

In seguito, la Legge Luzzatti del 1913 sancì il riconoscimento parlamentare delle organizzazioni per la tutela degli animali. Le prime tutele ascrivibili alla storia delle protezione degli animali in Italia.

Lo sfruttamento degli animali in guerra 

Tuttavia, con lo scoppio della prima guerra mondiale, questi piccoli traguardi vennero soppressi. Gli animali tornano a essere massicciamente sfruttati a fini bellici.

Bestie da soma e cani da traino venivano usati sul fronte e in trincea. Tre milioni di bovini furono destinati al macello per nutrire le truppe. Quando bovini e suini finirono, si macellarono gli asini e i cavalli da soma. Se non morivano prima di stenti e fatica.

I cani venivano usati come vere e proprie bombe viventi, spediti verso le trincee nemiche per farli esplodere. Una insensata carneficina sia umana che animale.

Fascismo e tutela animale: uno strumento di propaganda 

Con l’avvento del Fascismo, la protezione degli animali divenne propaganda nazionalista connotata “in chiave autoctona e virile” (pag.62).

L’approccio fascista  era finalizzato all’autosufficienza del progetto economico mussoliniano. Nonostante fossero state approvate delle leggi volte alla tutela degli animali abbastanza all’avanguardia rispetto al passato, Benito Mussolini non poteva essere certamente considerato un difensore dei loro diritti.

Egli esaltava la caccia e il suo “valore” formativo, in quanto educava alla virilità e al militarismo. Qualsiasi altro tipo di concezione di matrice sentimentale e/o compassionevole, era roba da “zitelle angloamericane (pag. 62).

Inoltre,

il “razionale sfruttamento” degli animali da lavoro poteva concorrere agli interessi dell’economia nazionale e al raggiungimento dell’autarchia. Piegare la zoofilia in chiave economica e utilitaristica servì al Fascismo per inquadrarla nel suo grande progetto di autosufficienza produttiva. (pag. 65)

Poco, dunque, avevano a che fare le leggi fasciste con la tutela della dignità degli animali. Tanto avevano invece a che fare con una visione utilitaristica fortemente antropocentrica e sessista.

La situazione nel secondo Dopoguerra 

Se nel Dopoguerra il Regno Unito era uno degli Stati modello dal punto di vista della tutela di cani e gatti, già considerati animali da compagnia, in Italia la situazione era invece drammatica.

I gatti, quando non venivano mangiati o scuoiati per ricavarne pelliccia, venivano soppressi. E nei confronti dei cani si nutriva spesso terrore per via di credenze popolari legate alla diffusione della rabbia. Quelli che oggi consideriamo animali intoccabili, furono vittime di vere e proprie persecuzioni fino agli anni Cinquanta del Novecento.

Microscopici passi avanti vennero fatti anche nell’ambito della macellazione degli animali cosiddetti “da carne”. Se prima mucche, maiali, cavalli e asini venivano comunemente abbattuti con la mazza o scannati vivi e lasciati per giorni senza cibo né acqua, l’uso delle pistole a proiettile captivo introdotte nel periodo fascista si intensificò. (pag. 87)

Dall’uomo agli animali: il cambiamento del pensiero e la diffusione del vegetarianismo 

Fu durante gli anni Sessanta che si iniziò a parlare di animali non solo in ottica antropocentrica.

Il filosofo antifascista e pacifista Aldo Capitini scelse di diventare vegetariano, in quanto “l’astensione dalla dieta carnea rappresentava il passaggio obbligato verso l’edificazione di un mondo non violento e di una società aperta, pluralistica, accogliente” (pag. 107).

Il vegetarianismo era già diffuso in tutto il mondo, aveva origini antiche ed era alla base non solo dei movimenti pacifisti e antimilitaristi, ma anche di quelli femministi (e, in alcuni casi, operai).

Nei suoi carteggi con Gandhi, Tolstoj scrisse di una sua visita a un macello, sottolineando come “l’uomo, senza alcuna necessità, fa tacere in sé il sentimento di simpatia e di compassione verso gli altri esseri viventi.” (pag. 109)

Paradossalmente, si tornò alle origini e alle teorie settecentesche postulate da Jeremy Bentham, per porre le basi dell’antispecismo moderno. Ovvero “per cancellare il confine tradizionale tra soggetti degni di considerazione morale e oggetti esclusi da tale ambito” (pag. 112).

Al centro dell’interesse torna ad esserci dunque la sofferenza dell’animale in quanto tale. Come scriveva Bonuzzi, “l’impossibilità per gli animali di far valere i loro diritti, non può escludere che tali diritti esistano.” (pag. 113)

Gli animali nell’opinione pubblica 

Gli animali fecero il loro ingresso anche in TV, appassionando milioni di persone con le loro storie e modificandone la percezione di fronte al grande pubblico.

Questa svolta nella concezione della sofferenza animale, però, doveva fronteggiare l’incremento e lo sviluppo tecnologico degli allevamenti intensivi. Una realtà ben nascosta, molto lontana dai cartoni animati in cui comparivano simpatici animaletti antropomorfi.

Nel corso degli anni Settanta, la scienza dimostrò al grande pubblico come gli animali fossero in grado di percepire dolore, stress e paura, ma anche affezione e piacere. Ciò portò a una riconsiderazione dello status di animale e all’abbandono della antiquata concezione cartesiana di animale come macchina a servizio dell’uomo.

I movimenti e le contestazioni giovanili contribuirono ad aumentare la consapevolezza e a porre l’attenzione non solo sul trattamento degli animali, ma anche sui disastri ambientali arrecati da una industrializzazione senza freni.

La nascita dell’antispecismo e la relazione con l’emancipazione femminile

Fu così che con la pubblicazione di Animal Liberation di Peter Singer nel 1975 nacque il concetto di antispecismo. Da questo momento in poi si costituirono e si diffusero centinaia di associazioni e organizzazioni animaliste in Italia, sempre meno improntate all’antrpocentrismo e sempre più impegnate nella difesa degli animali in quanto tali. Un grande passo in avanti per la storia della protezione degli animali in Italia.

Il trattato di Lisbona segnò una svolta storica in questo senso, in quanto riconosceva a livello europeo la “senzietà” animale (cfr. pag. 183).

L’animalismo finisce per affrontare questioni più generali e complesse: le nozioni di ‘persona’, ‘individuo’ e ‘essere umano’, la concettualizzazione dell’animalità umana e il ripensamento dell’umanesimo, il significato di ‘dignità’ e ‘sacralità’ della vita, la riconsiderazione dei diritti umani e della dottrina che li fonda, l’analisi delle forme e dei meccanismi del ‘dominio’ nelle società moderne. Quest’ultimo aspetto è stato storicamente oggetto della riflessione delle femministe, che hanno spesso individuato ‘una medesima causa per l’oppressione delle donne e degli animali’, ossia il dominio patriarcale e la cultura maschilista.” (pp. 183-184).

Guazzaloca cita la pioniera del femminismo Mary Wollstonecraft, ma mi permetto di indicare anche la ricerca di Carol J. Adams, The Sexual Politics of Meat, che indaga le connessioni tra maschilismo, sessismo e oppressione animale.

Il cambiamento personale: verso l’empatia e la compassione 

Ma per quanto possano agire organizzazioni, gruppi, associazioni, leggi e tutele, il cambiamento più significativo nasce a livello personale. La famosa connessione di cui parlano tanti attivisti, quell’unione dei puntini che ci permette di riflettere sul fatto che una bistecca o una fetta di salame sono in realtà degli animali uccisi in modo cruento, per il solo piacere del palato. Solo in questo modo possiamo incidere davvero sulla storia della protezione degli animali in Italia.

E’ opportuno quindi sviluppare empatia e compassione nei confronti della sofferenza animale, per rendersi conto che possiamo vivere bene senza dover fare loro del male. Come del resto ci insegna la storia della protezione degli animali in Italia.

Qui qualche consiglio in merito.

Un commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *