I miei scritti

Odio la scuola ma mi manca

Quando decidi di fare l’insegnante nessuno ti dà il libretto di istruzioni su come affrontare le problematiche che incontri a scuola. L’università e gli studi ti forniscono gli strumenti necessari per la gestione della didattica, ma nessuno ti spiega come reagire di fronte a uno studente che ha perso qualcuno di caro per una inaspettata pandemia globale.
A questo punto puoi percorrere due strade diverse: continuare a portare avanti la didattica, fissare verifiche e interrogazioni a distanza, concentrarti sulla tua materia e fare finta di niente. Oppure puoi fermarti per un istante e accettare il fatto che forse qualcosa deve cambiare. Che tu devi cambiare, perché sono le circostanze che te lo impongono.

La mia esperienza al liceo

Ho passato degli anni molto belli – anche se molto faticosi – al liceo. Ho avuto professori splendidi (quasi tutti) che mi hanno insegnato molto, anche e soprattutto dal punto di vista umano. Ma ricordo che mai uno di loro è entrato in classe chiedendoci come stavamo, come ce la passavamo. Posata la borsa sulla cattedra e aperti i libri si iniziava subito a far lezione e non c’era spazio per ansie, paure, giornate no. Il tuo bagaglio di frustrazioni, senso di vuoto e inadeguatezza te lo portavi silenziosamente a casa e se eri fortunato ne parlavi coi tuoi genitori, altrimenti te lo tenevi dentro.
Quando ho deciso di fare l’insegnante mi sono ripromessa tante cose, ma una in particolar modo: non far sentire ai miei studenti quel senso di mancanza di una figura adulta che potesse ascoltarli. Non dare soluzioni, perché non è il mio ruolo e non ne ho le competenze, ma ascoltarli. Questa scelta mi è costata un investimento emotivo personale non indifferente, ma non me ne sono mai pentita. E la porto avanti soprattutto oggi, soprattutto quando il mondo intorno a me ai miei studenti sembra improvvisamente crollare.

Come stai oggi?

Per questo motivo scelgo di iniziare ogni lezione, classica o a distanza, chiedendo ai ragazzi come stanno. Molti di loro rispondono: hanno voglia di parlare, gli mancano quel contatto e quella relazione che caratterizzano le loro giornate a scuola. Sentono il bisogno di confrontarsi, di mettersi in mostra di fronte ai compagni, di fargli sentire la loro presenza per essere a loro volta riconosciuti.
Altri invece scompaiono, come scomparivano a scuola, schiacciati dal peso della timidezza o dal senso di inadeguatezza. Si sentono ancora più soli, ancora più sbagliati, ancora più isolati e, contrariamente a quando sono in aula, possono nascondersi più facilmente disattivando la cam o il microfono. Eppure questa sparizione vale più di mille parole, perché probabilmente per quattro o cinque di loro che sono andati a fare tutt’altro fingendo di essere presenti, ce ne sono più del doppio che stanno soffrendo in silenzio.

Comunicare contro l’isolamento

Cosa può fare un professore in questo caso? Probabilmente la risposta è scritta in quel famoso libretto di istruzioni che non ci hanno consegnato al momento della laurea.
Per quel che mi riguarda ho scelto di scrivere ai più fragili una mail, dicendo loro che li pensavo e li abbracciavo virtualmente, di resistere, che ci saremmo presto ritrovati faccia a faccia, io a cercare di tenerli calmi, loro a rendermi le lezioni impossibili.
Molti di loro stanno sperimentando per la prima volta la morte, senza strumenti, senza aiuti, nell’ignoto più oscuro di un virus che uccide silenziosamente, senza lasciargli il tempo di dire addio e di elaborare quello che gli sta succedendo dall’alto dei loro 14 o 15 anni di età.
Ritengo sia essenziale quindi non perdere i ragazzi di vista, mantenere quel contatto, anche se superficiale, che gli ricordi che non sono soli, che qualcuno empatizza con loro e li sostiene credendo in loro, anche al di fuori dello stretto nucleo familiare. Scrivergli privatamente, salutarli quando ci si collega alla video-lezione, ricordargli di chiedere aiuto, fargli i complimenti quando azzeccano una frase, non umiliarli quando non la azzeccano.

Quando la quarantena è una condanna

Ultimamente si parla molto della condizione delle molte donne costrette a stare in casa con il loro aguzzino: picchiate, stuprate, maltrattate, devastate psicologicamente e fisicamente senza che possano chiedere aiuto o fuggire. Questo succede anche con molti adolescenti, vittime di abusi, violenze e discriminazioni in famiglia. La casa diventa una prigione, la mancanza di relazioni con i propri pari una condanna.
La sigaretta al parchetto, quella sensazione di sentirsi dei supereroi quando si corre nei corridoi di un centro commerciale, la partitella a calcio con gli amici, quando le bestemmie che ci fanno sentire così grandi riempiono l’aria, i limoni con la fidanzata o il fidanzato che ci smuovono l’organismo, la possibilità di essere noi stessi e gridare ai compagni e alla famiglia che siamo gay, lesbiche, transgender e vogliamo solo essere liberi e felici. Difficile tenersi tutto dentro adesso, sperimentare questo senso di impotenza mentre si vivono gli anni della scoperta di sé e le relazioni dovrebbero essere al centro del nostro vivere.
Ed è proprio per questo che la scuola deve esserci più che mai. Non solo per occupare le mattinate ai ragazzi, oberarli di compiti o verifiche. Ma per essergli accanto laddove in casa ci sono situazioni tese, paura, lutti, malattia. Alleggerire le famiglie, quei genitori che ogni giorno devono andare al lavoro con il terrore di ammalarsi. Per alleggerire i figli a casa che li aspettano con il terrore che mamma e papà si siano ammalati.
Questo è forse il paradosso che in pochi si aspettavano: che la scuola diventasse uno spazio sicuro, da rivalutare positivamente come luogo di incontro e relazioni positive, per quanto complicate. Non solo luogo di bullismo e generatore di insicurezze, ma anche di sostegno e di dialogo.

Pentole a pressione

Cosa può diventare l’autolesionismo in questo periodo? Disturbi alimentari, tagli, comportamenti che danneggiano la salute, violenza auto-inflitta… Sono espressione di un dolore lacerante, che si fa sempre più acuto in situazioni di crisi o emergenza. Che l’isolamento non diventi prassi, proteggiamo e proteggete i vostri figli, i nostri e i vostri studenti. Non sovraccarichiamoli di pressioni scolastiche: le valutazioni possono aspettare. Gli esami possono aspettare. La maturità può aspettare. La certezza di ritrovarsi e ritrovarli ancora vivi emotivamente quella no, non può aspettare.
Il sistema scolastico è posto di fronte a una grande crisi che lo ha colto totalmente impreparato. Chiedere a un docente di mettersi in gioco è complesso e capita che succeda raramente in condizioni “normali”, figuriamoci in condizioni emergenziali. Sopratutto in un sistema come il nostro, basato interamente sulla frontalità, il giudizio e la mancanza di fondi (viene investito nell’istruzione solo il 4,1 del PIL nazionale).
Se ci interroghiamo sul perché il sistema educativo finlandese è stato eletto il migliore di Europa, forse riusciremo a capire dove sbagliamo.
L’emergenza COVID-19 e la conseguente adozione di forme educative sostitutive è l’occasione che abbiamo per ripensarci e rivoluzionarci. Per entrare in contatto con lo studente in un’ottica cooperativa. A mio avviso è giunto il momento che la scuola italiana si spogli del suo abito gessato e lo riponga nell’armadio una volta per tutte.

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