In terra sarda, il tartufo nero è di casa nelle zone del Sarcidano e dell’Alta Marmilla, in particolare nel triangolo compreso tra Nurallao, Laconi e Villanova Tulo.
Il tartufo estivo ha un profumo delicato, con note fungine che accompagnano i sapori senza sovrastarli.
Il suo aroma poco invadente lo rende adatto ad arricchire piatti a base di pesce, ma anche come ripieno per la pasta fresca e, perché no, per un dolce.
Lo chef Massimo Guzzone del ristorante La Scogliera sull’isola della Maddalena, lo propone in un menu a tutto tondo: tagliato a julienne su una tartare di tonno, guacamole, salsa miso; a scaglie sottilissime su foie gras e gamberi rossi di Porto Torres; spolverato sulla tipica pasta ripiena sarda, i colurgiones o, ancora, accostato a una scaloppa di branzino, beurre blanc e asparagi crudi per sconfinare nel dolce ripieno della seadas, il tortello sardo a base di formaggio di capra.
Il tartufo nero estivo, noto anche con il nome di scorzone per la tenace membrana esterna che sviluppa per difendersi dal caldo, è disponibile in natura da maggio a ottobre.
Da settembre a dicembre si raccoglie il Tuber uncinatum Chatin, una varietà caratterizzata dalla forma a uncino delle spore, e il pregiato Tuber magnatum Pico, il tartufo per antonomasia, il cui aroma arrogante si esprime al meglio in purezza.
Da novembre a marzo è la volta del tartufo nero dolce o Tuber melanosporum, il più nobile tra i tartufi neri; in piena maturazione raggiunge note aromatiche che tendono alla cioccolata fondente o al brandy.
Infine da gennaio ad aprile è di nuovo stagione di bianco, con la varietà Tuber albidum Pico, considerato il fratello minore del tartufo bianco, da utilizzare sotto forma di crema o per aromatizzare l’impasto di tortellini o ravioli.
Altro errore comune è pensare al tartufo come a un prodotto stagionale legato ai mesi autunnali quando in realtà si può degustare fresco tutto l’anno.
L’Italia è il paese in cui si sviluppano la maggior parte dei tartufi commestibili, sia in termini di varietà che di quantità.
I tartufi non sono altro che funghi ipogei che crescono sottoterra.
Perché si sviluppino è necessario un rapporto simbiotico con le piante madri – querce, noccioli, tigli, pioppi, carpini – o con alcuni arbusti, le cosiddette piante comari: ginestra, rosa canina, lavanda e timo.
Appennino Food group ha ideato una sorta di microhabitat all’interno del quale il tartufo può continuare la sua maturazione e conservarsi al meglio.
Un sistema a ultrasuoni scinde la molecola dell’acqua producendo l’effetto di una nebbia leggera che accarezza il tartufo.
Il progetto, frutto di due anni di studio, consentirà ai ristoratori che ne vorranno far parte di avere una vetrina dove conservare il prodotto e contemporaneamente mostrarlo ai clienti.
L’azienda, che lavora 32 tonnellate di tartufo ogni anno, produrrà venti teche che verranno date in comodato d’uso a una ristretta selezione di ristoranti: cinque prenderanno la via di Hong Kong, altrettante andranno a Riad, in Arabia Saudita, e dieci saranno destinate a Italia ed Europa.