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Cinque motivi per vedere 13 Reasons Why

Ho appena finito di vedere la seconda stagione di 13 Reasons Why. Non ero sicura di voler scrivere di questo telefilm. Principalmente perché nonostante si tratti di pura finzione, gli argomenti di cui tratta sono fin troppo reali, attuali e dolorosi. Ma poi ho deciso che proprio per questo era il caso di elencare i cinque motivi per vedere 13 Reasons Why.

L’attualità dei temi trattati

13 Reasons Why parla di bullismo, di stupro, di body e slut shaming, di depressione, di suicidio. E a parte qualche scivolone tecnico e qualche lacuna nella sceneggiatura, lo fa in modo impeccabile nel corso della prima stagione, mostrandoci quanto ogni azione abbia una conseguenza, diretta o indiretta, sulla nostra vita e su quella degli altri, insegnandoci cosa sono il senso di responsabilità e l’empatia.

Ma 13 Reasons Why può anche toccare corde molto delicate se chi lo guarda sta attraversando un periodo buio, motivo per il quale la serie è stata duramente criticata da alcuni psicologi, psicoterapisti e altri professionisti del settore. La risposta della produzione è stata di inserire messaggi di soccorso indirizzati a chi sta vivendo situazioni di fragilità, paura, violenza, abuso e bullismo.

Quel senso di inadeguatezza che logora

Lavoro a contatto con adolescenti da quasi cinque anni e tutto quello che racconta questo telefilm succede davvero e nemmeno gli elementi di fiction alterano quanto la serie ci sbatte in faccia. Ragazze prese in giro perché troppo brutte, troppo belle, troppo basse, troppo magre, troppo poco popolari. Emarginate, bullizzate e indotte a modificare il proprio corpo per adattarlo a canoni pericolosi e distruttivi che inevitabilmente portano a sviluppare disturbi alimentari. Ragazze che fanno troppo poco sesso o che ne fanno troppo tanto, che si vestono troppo fuori moda o con gonne troppo corte: ragazze che”se la vanno a cercare”, perché in un caso o nell’altro saranno sempre “troppo o troppo poco” rispetto a come le si vorrebbe.

Nonostante la seconda stagione della serie non sia all’altezza della prima e contenga un numero incalcolabile di falle, credo sia comunque valida a livello contenutistico per ribadire le questioni sollevate dalla prima stagione.

Per cui ecco i miei cinque motivi per vedere 13 Reasons Why e poi discuterne, condividerne le suggestioni e proiettarlo nelle scuole.

1. Tratta di problematiche reali, più frequenti di quanto possiamo immaginarci

Il bullismo è tra le prime cause di suicidio tra gli adolescenti e la cronaca italiana ed estera ne è purtroppo piena. Così come di casi di stupro da parte di un singolo individuo o del branco ai danni di ragazze sempre più giovani. Abusi, violenza, pressione psicologica e depressione portano a autolesionismo, pensieri negativi e di morte, aggravamento dello stato di depressione, senso di inadeguatezza e suicidio. Chi subisce questo tipo di vessazioni fa molta fatica a rimarginare le ferite, che spesso rimangono aperte fino all’età adulta.

2. Insegna cosa sia il consenso prima di un rapporto sessuale

Lo stato di alterazione causato da uso di droghe o alcool, né tanto meno i vestiti che una ragazza indossa o con quanti partner ha deciso di avere rapporti sessuali, giustificano in alcun modo una violenza sessuale non consensuale. Non essere in possesso delle proprie facoltà mentali per breve o lungo periodo non autorizza in alcun modo ad essere sessualmente abusate da qualcuno. E non avere la forza di dire “no” non è mai sinonimo di dire “sì”, a prescindere da quale sia lo stato di lucidità in quel momento.

3. Dimostra che è possibile chiedere aiuto, che non si è soli/e e che c’è sempre una alternativa

Hannah, la protagonista del telefilm, prende una decisione drastica, definitiva, perché fondamentalmente è sola. Non viene creduta, viene giudicata, vessata, abusata e abbandonata dai suoi pari e dagli adulti, che dovranno poi affrontare le conseguenze delle loro mancanze e delle loro scelte. Io, come tanta altra gente che ho incontrato sulla mia strada, non ho mai chiuso la porta in faccia a nessuno. Chi mi ha chiamato e mi chiamerà in cerca di aiuto avrà sempre ascolto, un consiglio, una parola di conforto, un indirizzo a cui rivolgersi per iniziare a stare meglio.

L’umanità e l’empatia esistono, così come le alternative. C’è sempre una alternativa, sempre. Per me è stato così ed è questo ciò che dico a chi con il vuoto negli occhi e nel cuore mi confida che non ce la fa più. Non farcela più può voler dire tante cose, da “ho bisogno di aiuto” a “ho intenzione di porre fine alla mia vita” a “vorrei essere solo ascoltato/a”. Sta a chi sente questa frase e percepisce un disagio non lasciarla scivolare, ma raccoglierla e curarla da quel momento in poi.

4. Ricorda che viviamo in una cultura dello stupro e che questa cultura va cambiata alla radice

La seconda stagione non eccelle per la sua qualità, questo l’ho già detto. Ma sottolinea un punto fondamentale, ovvero che viviamo in una società profondamente maschilista, in cui la vittima di violenza sessuale viene criminalizzata, non creduta, giudicata come quella che “se l’è andata a cercare”. La cultura dello stupro si fonda sull’uso che facciamo del linguaggio, argomento a cui ho già accennato.

Si radica poi in comportamenti socialmente stereotipati, che vogliono il maschio virile, macho e violento, sempre autorizzato a prendersi chi e quello che vuole. Comportamenti che vogliono la femmina debole, dipendente, bisognosa di attenzioni maschili, oggetto sessuale di desiderio o ricatto. Educare gli uomini al rispetto, al consenso e alla parità di genere, invece di educare le donne a proteggersi da potenziali stupratori o intimare loro di indossare gonne più lunghe e di non uscire sole la sera, potrebbe essere il primo passo verso un cambiamento. Così come redarguire comportamenti maschilisti e misogini, che partono sempre e comunque dal linguaggio, invece di lasciarli correre e definirli normali e leciti tra adolescenti.

5. Motiva gli educatori a essere umani

Scuole, dirigenti scolastici, personale didattico, insegnanti, genitori, allenatori. Tutti dovrebbero cooperare per prevenire bullismo e violenze sessuali all’interno di ambienti che, ben lungi dall’essere protetti, spesso diventano teatro delle peggiori efferatezze. Voltarsi dall’altra parte o dimenticarsi del lato umano dell’insegnamento senza considerarlo una propria responsabilità e priorità è deleterio.

Educazione alle differenze, programmi di sensibilizzazione, laboratori, testimonianze di esperienze dirette e confronto possono favorire la creazione di una rete di mutuo aiuto e un clima dove sentirsi al sicuro. E trovare alternative.

 

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