Cinema,  Letteratura,  Narrativa

Annientamento, tra libro e film

Libri e film sono due modalità espressive completamente diverse tra loro, quindi solitamente evito di accostarle o di definirne una migliore dell’altra. Gli adattamenti cinematografici di romanzi o racconti brevi dipendono molto dalla soggettività di sceneggiatori e registi e non sempre quello che ci immaginiamo noi mentre leggiamo un libro corrisponde a quello che effettivamente poi viene rappresentato sul grande o piccolo schermo.

E’ il caso per esempio di Annientamento, primo capitolo della trilogia dello scrittore statunitense VanderMeer. Lessi Annientamento qualche anno fa, per puro caso, quando ancora Netflix non esisteva e non aveva rivoluzionato il modo di fruire prodotti audiovisivi. Rimasi profondamente colpita dalla lettura del romanzo, nonostante la fantascienza non sia mai stata il mio genere preferito. Ma il modo in cui VanderMeer rappresentava la natura, aveva qualcosa di estremamente magico, straniante e inquietante, ma magico. Ecco, questa magia secondo me si perde completamente nell’adattamento cinematografico di Garland.

La stupenda copertina dell’edizione italiana, che da sola vale tutto il libro

VanderMeer ha la capacità di condensare in poche pagine una caratterizzazione molto interessante delle protagoniste del romanzo – una psicologa, una antropologa, una biologa e una topografa – che penetrano l’Area X alla ricerca di spiegazioni scientifiche in merito a un fenomeno naturale di preoccupante mutazione, che pare stia inglobando con la sua aura vaste porzioni di territorio abitato dall’uomo.

Questa profondità di analisi di caratteri, dai più deboli ai più manipolatori, non l’ho purtroppo ritrovata nel film. Come non ho ritrovato la potenza descrittiva dell’ambiente naturale, una foresta oscura e piena di misteri, in grado di mutare non solo la sua forma, ma anche le persone che compiono il fatidico errore di addentrarvisi. Eppure il mezzo audiovisivo, in questo caso, dovrebbe avere punti di forza in più rispetto a un libro, ma la natura non assume mai quella forma straniante e avvolgente che caratterizza l’intero romanzo e questo, a parer mio, è dovuto esclusivamente a scelte registiche poco convincenti.

Dove ogni pagina del libro respira e batte carica di vita, insinuandosi sotto la pelle del lettore, come se anche quest’ultimo avesse inalato le spore che accidentalmente inspira la biologa, non posso dire la stessa cosa del film, in cui la biologa, una inconcludente Natalie Portman, deve reggere da sola tutte le falle della pellicola.

Anche la sceneggiatura cambia, ma non in meglio. Se nel libro le quattro scienziate scoprono e imboccano una scalinata che si addentra nelle viscere della terra, le cui pareti sono costellate di spore, viscidume e misteriose scritte, nell’adattamento di Netflix la scalinata sparisce per lasciare posto a feroci belve geneticamente mutate.

Anche il finale, che chiaramente non svelerò, è completamente rivisto e riformulato, nonostante forse l’obiettivo ultimo sia lo stesso, ovvero evidenziare come la natura si stia progressivamente rimpossessando di ciò che le è stato tolto, in un’ottica apocalittica e corrosiva, essendo in grado di assorbire proprietà e caratteristiche umane facendole proprie, rendendo, di fatto, l’esistenza umana totalmente inutile, annientandola, per l’appunto, come dimostrano le scene finali del film e l’essere antropomorfo non meglio identificato che abita l’oscurità del ventre della terra nel libro.

Nonostante possano esserci infinite interpretazioni sia del libro, sia del film, quella che più mi convince ruota intorno all’arroganza dell’uomo, convinto di poter controllare la natura e la sua evoluzione, sottovalutando il fatto di essere solo una piccola e insignificante parte di un tutto ben più organizzato. Un’arroganza ben rappresentata dalle battute conclusive del film: “E’ venuto qui per una ragione. Stava mutando il nostro ambiente, stava distruggendo tutto“, prontamente smentita dalla biologa: “Non stava distruggendo, stava cambiando tutto. Stava facendo qualcosa di nuovo.”

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